L’ufficio di collocamento del Settimo Sistema e l’ineluttabile mediocrità di Fredrick Danrad

«Minatore?» chiese un incredulo Fredrick Danrad all’ufficiale di collocamento.
«Esattamente, il responso parla chiaro» gli rispose l’ufficiale appoggiando una cartellina sulla scrivania.
«Ci dev’essere un errore» cercò di controbattere Danrad, preoccupato.
«Il computer non sbaglia.»
«Ho 33 anni.»
«E io 36.»
Danrad squadrò l’ufficiale con antipatia.
«Ma i miei titoli di studio–»
«I suoi titoli di studio sono piuttosto comuni. E i suoi interessi… I suoi interessi non combaciano molto con quello che ha studiato.»
«Come fa a saperlo?»
«Lo sa il computer.»
Danrad si chiuse in avanti, stringendo fra loro le mani.
«Voglio rifare il test.»
«Mi spiace, ma non è possibile.»
«È sbagliato– è tutto sbagliato» insistette il ragazzo.
L’ufficiale non rispose, riprese in mano la cartellina e cominciò a sfogliarla alla ricerca delle risposte del test.
«Non è possibile rifarlo?»
«Il test? Oh, direi proprio di no. Vede, signor Danrad, sarebbe solo una perdita di tempo. Purtroppo il Settimo Sistema ha un numero elevato, elevatissimo, di individui come lei. Ha la sfortuna di possedere doti piuttosto comuni. Forma fisica nella media per la sua età, non ha eccelso nello studio, ha seguito un corso di formazione standard e la sua cerchia di interessi è ristretta, limitata. Lei è un perfetto cittadino qualunque, signor Danrad.»
Fredrick Danrad rabbrividì, le parole dell’ufficiale lo ferivano profondamente; aveva bisogno di lavoro e l’ufficio di collocamento del Settimo Sistema Stellare rappresentava l’ultima occasione di ottenerne uno. Purtroppo la risposta non era ciò che sperava: secondo il computer inter-planetario lui era un cittadino mediocre fra la mediocrità, un perfetto uomo comune. La notizia lo investì con violenza, aprendo una ferita che credeva cicatrizzata.
Un incidente, pensò amaramente, un piccolo incidente ed eccomi qui.
Si afferrò le cosce e cominciò a stringerle con forza.
L’ufficiale lo scrutò con indifferenza: vi era abituato.
«Lei non capisce. Non posso fare il minatore, non riuscirei a resistere.»
«Lo dicono in molti, ma alla fine non è così male, sa? Basta farci l’abitudine. Non sarà un lavoro da impiegati, ma–»
L’ufficiale prese una biro a scatto da un cassetto della scrivania e cominciò a farla saltellare sulla cartella.
«–la paga non è male, e potrà vivere su una colonia. Lontano da qui.»
Danrad maledisse i suoi genitori: l’idea di andare a lavorare in una miniera, su una colonia tra l’altro, lo nauseava.
L’ufficiale proseguì: «Qui non avrà vita lunga. Se ho ben capito non ha molti soldi da parte. Quelli dell’assicurazione, certo, ma se non continuerà a pagare le imposte planetari potrebbe cacciarsi in guai seri. Finirebbe ai lavori forzati, anche in un Sistema differente. Un Sistema maggiore. Mi capisce?»
«Qual è il tasso di mortalità?»
«A lavorare in un Sistema diverso dal settimo?»
«No, nella miniera.»
«Ah! Ecco… Un attimo.»
L’ufficiale cominciò a scrivere su una piccola tastiera nera, mantenendo un’espressione fissa. Gentile.
«Vediamo. Lei andrebbe nella nostra colonia satellitare Abraxas, una delle più sicure. Il progetto consiste in…»
L’uomo cercò una scheda sul monitor, trovata rimase zitto per una ventina di secondi.
«Eccoci. Diciotto anni di servizio, verrà condonato a 53 anni. Assicurazione medica gratuita, alloggio pagato per i primi nove anni. Come le sembra?» l’ufficiale sorrise.
«Mi sembra che non ho alternative» rispose Danrad stancamente.
«Per il nostro ufficio non ne ha. Purtroppo oggi giorno non vi è bisogno di forza lavoro in nessun altro campo.»
«E per quanto riguarda la mia laurea?»
«No, nessuno sbocco. Fosse stato un programmatore, ecco, le cose sarebbero state diverse. Ma, come dicevo… Abbiamo bisogno di braccia per il recupero di metalli. Solo questo.»
Fredrick Danrad si stese sulla sedia, si sentiva svilito. Svilito e disperato.
Non aveva nessuna intenzione di finire in una miniera su un qualsiasi satellite naturale; la vita da minatore non non era mai stata nei suoi piani. La cosa lo spaventava a morte. Danrad ricordava di aver visto un documentario su alcuni minatori del nono Sistema e ricordava pure la forte sensazione, a visione conclusa, di aver assistito a un autentico inferno legalizzato. Semplicemente: era disposto a tutto tranne che a finire morto per una perdita gravitazionale da qualche parte sotto terra. Ci dovevano essere altre possibilità oltre a quella: lo spazio era grande, il lavoro non mancava. E allora perché? Perché proprio in una miniera? Quanti altri Fredrick Danrad c’erano lì fuori oltre a lui?
Ho buttato al vento la mia intera vita seguendo i consigli di altri, e ora eccomi qui. Tutto in nome della soddisfazione dei miei? Davvero?
Il pensiero lo infastidiva ancor più della mansione da minatore. Ora che i genitori erano morti non aveva più nessuno a cui aggrapparsi; si trovava completamente solo e vittima di decisioni non sue, scelte assecondate per compiacere coloro che lo mantenevano. Troppo codardo per decidere di testa sua, troppo pigro per ribellarsi.
Ora non poteva fare altro che accettare l’incarico dell’Ufficio di collocamento. Un’altra decisione non sua.
Ma forse c’era un’alternativa. Cercando un contatto visivo con l’ufficiale, Danrad alzò lo sguardo:
«E il servizio militare?»
L’ufficiale sorrise malignamente.
«Sia serio. Ha superato l’età limite per iscriversi al servizio di leva. E i suoi dati fisici sono tutt’altro che positivi. Guardi qui… Ha– Ha forse fumato da adolescente?»
Danrad non rispose.
«E– Ah no. Niente fumo… Aspetti un attimo, se leggo bene–»
L’ufficiale sfogliò per un attimo la cartellina facendo cadere la biro adagiatavi sopra, quindi si girò verso lo schermo del computer.
«–lei è pure sordo dall’orecchio sinistro. Un’operazione al timpano andata male. Ehr. Mi spiace dirlo, ma… Qui non ci sono le basi per una carriera militare, per nulla. Ogni anno vengono scartati ragazzi più promettenti – e in forma – di lei.»
Danrad si sentì preso in giro. Non gli piaceva quel modo supponente dell’ufficiale. Non lo trovava giusto nei suoi confronti.
Stava per controbattere quando una signora di mezza età – paffutella ma ben truccata, notò Danrad – entrò nella stanza. Fermandosi con sorpresa sul ciglio della porta, guardò entrambi gli uomini e, scusandosi, uscì senza fare alcun rumore.
Danrad ritornò a fissare l’ufficiale, quest’ultimo avevo lo sguardo rivolto all’entrata, silenzioso, perso in confusi pensieri.
«Signore?» disse Danrad.
L’ufficiale trasalì.
Con un colpo di tosse si chinò a prendere la penna caduta sotto la sedia e riprese a sfogliare distrattamente la cartellina.
«Non c’è proprio nient’altro di disponibile?»
«In questo momento per lei abbiamo solo posti come minatore su asteroidi orbitanti; ma, sinceramente, non capisco il suo problema, signor Danrad. Come le dicevo la colonia di Abraxas è una delle più sicure e confortevoli tra quelle in cui poteva capitare. Ci sono molti servizi: la colonia comprende abitazioni civili e in questo momento ci vivono più di duecento persone. Pensi a un piccolo paesino; lei andrebbe a vivere in un piccolo paesino di provincia! Le toccherà lavorare sette ore al giorno, è vero, ma il resto del tempo libero potrebbe impiegarlo come vuole. A– svagarsi.»
«Svagarmi?»
«Certo. Come dire… Socializzare, divertirsi con gli amici, arredare la casa, trovarsi qualche hobby. Non c’è solo la miniera su Abraxas, sa?»
A Fredrick Danrad si risvegliò l’interesse.
Raddrizzandosi sullo schienale chiese:
«E cosa ci sarebbe, di preciso?»
L’ufficiale parve felice della domanda, gongolandosi rispose con professionale convinzione: «Negozi, centri sportivi, un cinema, un parco con flora terrestre e alcuni locali notturni. Una specie di villaggio vacanze.»
«Una piccola oasi» proseguì Danrad con trasporto.
«Certo! Una piccola oasi, come no!» confermò, sorridente, l’ufficiale.
Nella testa di Danrad il pensiero di una nuova vita prese il posto di una vacua esistenza priva di scopi.
Si sentì alleggerito, forse non era così male come pensava. Forse c’era anche la possibilità d’incontrare una donna di cui innamorarsi, una ragazza carina con cui passare i giorni, perché no.
«Ci sono delle donne su Abraxas?»
«Non è nemmeno una domanda da fare, signor Danrad. Il minatore è un lavoro come un altro, non discriminiamo dal sesso d’appartenenza» rispose l’ufficiale.
Il viso di Fredrick Danrad si illuminò di sincera felicità. Aveva trovato il luogo che faceva per lui, se ne sarebbe andato da Terra 7 e avrebbe ricominciato una nuova vita sul satellite Abraxas.
Tutto questo era alquanto eccitante.
L’ufficiale, lieto nel notare nel ragazzo un improvviso entusiasmo, diede a Danrad le ultime indicazioni contrattuali, sbrigando il più velocemente possibile le vicende burocratiche e richiedendo un documento con cui convalidare l’assunzione.
Faccende ultimate accompagnò Danrad all’uscita tenendogli una mano sulla spalla e aprendogli la porta con affabilità. Il ragazzo, immerso in un ampio corridoio illuminato, si voltò un’ultima volta verso l’ufficio. Saggiò con calma il proprio peso: si sentiva più leggero.
La segretaria del dipartimento, la stessa donna che poco prima aveva inavvertitamente interrotto il colloquio, gli passò accanto mostrando un velato sorriso. Bussando entrò nell’ufficio da cui Danrad era uscito e si chiuse la porta alle spalle.
L’ufficiale di collocamento non si curò di alzare lo sguardo dai fogli firmati da Fredrick, ormai era abituato alla presenza della donna.
Questa gli si avvicinò cautamente, quindi prese a parlare:
«Hanno telefonato dal quinto distretto. Dicono che c’è un problema di rete.»
«Mh?»
«Sì, non abbiamo il registro aggiornato.»
«Registro?»
«Non è aggiornato.»
«Come?»
«Mi può ascoltare un secondo?» la donna supplicò sbuffando.
«Sì, scusami Mercury. Dimmi pure.»
«Hanno telefonato dal quinto distretto, dicono che il nostro registro non è aggiornato per un problema alla rete. Dovrebbero averti inviato una parte delle richieste lavorative nella casella privata.»
«Nulla di cui preoccuparsi. Ti hanno detto di che settore sono le richieste?»
«Di un Sistema inferiore. Una – credo – dal pianeta Deen.»
L’ufficiale si gelò, immediatamente alzò lo sguardo verso la segretaria. Non poteva credere alle proprie orecchie: era la prima volta che riceveva una richiesta da Deen del Terzo Sistema Solare, a quanto ne sapeva uno dei pianeti più prosperi dell’intero universo. Laggiù la qualità della vita era di altissimo livello: l’atmosfera possedeva una percentuale di purezza quattro volte superiore alla media universale, gli stipendi minori permettevano un tenore di vita nemmeno immaginabile per un semplice funzionario come lui, vi si trovava un’accelerazione di gravità di 7,48 newton su chilogrammo e non vi erano tracce di organismi viventi ostili all’essere umano. Un vero e proprio paradiso chiuso a qualsiasi intromissione non regolamentata dal computer centrale. Una cattedrale dall’utopica bellezza e maestosità popolata dai più incredibili esemplari di razza umana mai esistiti: ricchi fino all’inverosimile ma dalla particolare mansuetudine e socievolezza.
L’ufficiale di collocamento, inconsuetamente agitato, si apprestò ad aprire la propria casella privata, trovandovi una lettera indicante la data di quel giorno.
Vi cliccò sopra: il contenuto – dai toni formali – riguardava il bisogno di un animatore per la capitale del pianeta Deen del Terzo Sistema Solare. Non erano richieste precedenti esperienze lavorative, né requisiti estetici. La domanda era riservata ai possedenti di laurea comune in comunicazione multipla e animazione didattica.
La segretaria si spostò alle spalle dell’ufficiale per leggere il contenuto del messaggio. Una volta letto, si sistemò i capelli e attese una reazione da parte del collega; non era sicura di aver compreso l’importanza del contenuto: astronomia non era il suo forte e le sue conoscenze dei Sistemi Solari rimanevano circoscritte a quello natale: il settimo.
L’ufficiale di collocamento prese in mano la cartellina già compilata e contenente il timbro laser di certificazione di Fredrick Danrad; saltando i primi due fogli, passò al curriculm vitae.
Il ragazzo, quattro anni prima, si era laureato in comunicazione multipla e animazione didattica, una delle più comuni in quel settore.
L’ufficiale appoggiò la cartellina e si voltò verso la segretaria, questa ricambiò con fare interrogativo.
«Signorina Mercury?»
«Dica.»
L’uomo la guardò in silenzio: era tentato di richiamare il ragazzo, annullare il contratto, informarlo della richiesta per Deen e spedirlo verso il paradiso. Un’occasione così era… Era più unica che rara, sì.
Fredrick Danrad: mortale tra gli dei – giocattolo di uomini dalla ciclopica bellezza e sagacia – o comune tra i comuni, in una vita infangata da metallo e sudore?
L’ufficiale rimase zitto, spostò la lingua contro gli incisivi superiori e ripiegò le labbra in una smorfia d’indecisione. Quindi si risistemò sulla sedia e, con un cenno della mano, scacciò i pensieri che lo tormentavano.
Non spettava a lui decidere queste cose. Ormai era andata.
«Faccia entrare il prossimo utente.»
«Sì.»
La giornata era ancora lunga, nell’ufficio di collocamento di Terra 7, medesimo Sistema Solare.

Minatori

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Il Segreto di Billy Anderson pt.6

«Cosa vuole?»
«Non gli hai ancora risposto, Eric.»
«Vuole che gli risponda?»
«Credo di sì.»
«Dopo tutto quello che è successo?»
Billy mi guarda interrogativo.
Non sembra capire la situazione, come se si fosse scordato di tutto. Svanito. Puff e ri-puff.
Povero Billy. Povero Billy, forse, e dico forse, non ti sei mai realmente reso conto della situazione in cui ci troviamo.
Povero, povero Billy. Dev’essere così. Poco ma sicuro.
«Riesce a capirmi?»
«Non può parlare, ma sente bene.»
«Billy caro, intendo– Insomma, comprende la nostra lingua? Intuisce?»
«Ti dico di sì, Eric. Ha il cervello di un insegnante. Laureto in letteratura russa.»
«Un insegnante?»
«Sì. Era destinato a insegnare.»
«Avete inserito in un animale– africano– un’intelligenza di un insegnante di letteratura russa?»
«Sì Eric.»
«E sei riuscito a portartelo a casa come se nulla fosse?»
«Eric, loro credono sia stato–»
Il coccodrillo muove le zampette avanti e indietro.
«–riciclato.»
«Ma è qui! Non è stato riciclato.»
«Sì, ma loro credono questo.»
«E se scoprissero che è ancora in vita?»
«Daniel verrebbe distrutto.»
Chi è Daniel?
«Chi è Daniel?»
«Te l’ho detto: è il nome dell’alligatore.»
«L’insegnante si chiamava Daniel?»
«Era un modello di quel nome.»
Guardo il coccodrillo. Daniel, eh?
Modello: Daniel il coccodrillo.
Non riuscirò mai ad abituarmi, garantito.
«Signor Daniel, mi addolora essere venuto a conoscenza dell’umano errore che l’ha spinta in un corpo così poco idoneo alla sua mente. Certamente la situazione è– come minimo– bizzarra. Va bene così, Billy?»
Billy mi osserva con la testa leggermente incurvata di lato, come se messo a disagio da qualcosa.
«Benissimo, Eric. Benissimo. Ma. Bhé. Potevi risparmiartelo.»
Non capisco.
«Cosa potevo risparmiarmi, Billy? Cosa, scusa?»
«Sembravi forzato. Non eri costretto a rispondere se non volevi.»
«Ooh, basta con questa storia! Signor Daniel, le son forse sembrato forzato?»
Il coccodrillo riprende a scrivere con la punta della coda sullo specchio, ora riappannato quasi completamente dal vapore del lavandino sottostante.
No.
Signorino Anderson, stia tranquillo riguardo il suo amico Eric. La trovo di una splendida personalità. Uno spiccato umorismo, certamente. Mai mi sentirei insultato dai suoi modi.
«Visto?»
Billy non mi risponde, continua a muovere quella testa, a destra e a sinistra, alla ricerca di un appiglio a cui aggrapparsi.
Povero Billy.
«Quindi con Daniel siamo a posto, Billy caro?»
«A posto?»
«Dico… Con gli animali. Sono tutti qua?»
«Sì. Finiti.»
«E ora cosa pensi di fare, Billy?»
«Io… Tu?»
«Io?»
«Sì.»
«Io cosa?»
«Hai qualche idea, Eric? Nulla?»
«Per la miseria, Billy. Che diavolo di idea dovrei avere?»
«Scusa.»
«Per la miseria, sei tu che mi ci hai messo dentro. A questo–»
«Scusa.»
«Abbiamo fatto il censimento, no? L’abbiamo fatto, no?»
«Sì. Sì.»
«Quindi sappiamo quanti animali sono, giusto?»
«Sì Eric.»
«Bhé.»
Non c’è più nulla da aggiungere. Ma quel disgraziato di Billy continua a osservarmi. Chiude e riapre gli occhi. Inquisitori.
Mi guarda in faccia, da un punto all’altro della testa, con chissà quali pensieri.
Parola mia che lo fa apposta. Questo ragazzo è un fenomeno. Un autentico fenomeno nel tormentare le anime altrui.

A quest’ora dovrei essere a casa, con Tharla, a mangiare una squisita cena preparata con dovizia. Parola mia.
Questo disgraziato mi sta facendo perdere una sacrosanta cena con Tharla.
Non riesco a immaginare uno scenario peggiore di quel che sto vivendo.
Ci congediamo dal coccodrillo Daniel con un cenno della testa e accompagno di fretta e furia Billy fuori dal suo bagno. La bestia rimane ferma, fissa sui lati della vasca.
Ci vedrà qualcosa, dietro quello strato di– cosa sono, scaglie?
Poco importa. Richiudo la porto, lentamente. 
«Billy, dimmi un po’.»
«Sì.»
«Cosa vuoi fare?»
«Q-qui?»
«Con questi animali, Billy, rimanimi concentrato, per l’amor di Dio. Cosa pensi di fare con gli animali?»
«Devo tenerli nascosti.»
«Esatto, esatto.»
«Ma voglio liberarli.»
«Cos… Liberarli?»
«Non posso tenerli in casa.»
«E dove vorresti liberarli? Non puoi– dico– no.»
«Ma non posso nemmeno tenerli qui dentro. Soffrono.»
«Billy, razza di rincitrullito, non sono veri animali! Vengono dal tuo settore!»
«Ma è come se lo fossero, Eric. Come fai a non capire?»
«Io capisco che dentro hanno cavi e metallo e cose che non mi riguardano!»
«Possiedono un’intelligenza, Eric. Un’autentica intelligenza, la stessa che potremmo avere noi. La stessa dei nostri vicini.»
«Che il cielo ti fulmini, Billy. Smettila di dire stupidaggini.»
«Il cervello di Daniel era per un androide. Gli androidi non provano forse emozioni?»
«Non lo so e–»
Non lo voglio sapere.
Basta.
Basta basta basta.
Un lamentoso mal di testa mi attanaglia tutto quanto. Un trapano micidiale, in funzione da quando sono entrato in questa maledetta casa. Ho raggiunto il mio limite. Billy Anderson, c’è un limite a tutto, e io ho raggiunto il mio.
Cosa dovrei fare? Stare qui ad aspettare che qualcuno di noi abbia un’idea?
Tutta questa– maledetta– storia è un vicolo cieco. L’unica uscita che vedo è quella che porta a casa mia, da Tharla. Tharla.
Tharla a quest’ora sarà infuriata. Infuriata. Dio… Dio, no.
Avrei dovuto avvertirla prima di uscire dall’ufficio. Parola mia che a quest’ora starà sparecchiando come una furia. Una furia, garantito.
Billy, ora mi sentirai. Ora mi sentirai, e farai come dico, e io non vorrò più saperne nulla. Sarà l’ultima volta che ci vedremo, tu e il tuo maledetto fardello di peccati.
Anzi no.
Il tuo unico peccato è quello dell’idiozia. Un’insufficienza mentale che ti porterà dritto dritto nelle periferie di controllo, dentro quelle maledette celle, quelle spaventose–
Spaventose–
Ma non mi trascinerai con te, nossignore. Non è possibile che tutto questo succeda. Ho una famiglia, Billy, ho una famiglia a cui pensare. Ho una moglie a casa. Ho un lavoro. Ho dei doveri da seguire.
In tutta la mia vita ho sempre seguito la retta via, parola mia che l’ho sempre fatto. Non sarai tu a farmi deragliare. Stasera sarà l’ultima volta che ci vedremo, poco ma sicuro.
«Billy, ascoltami. So io cosa devi fare.»
«Davvero?»
«Ascoltami attentamente, dovrai fare come ti dico, garantito che ne uscirai pulito.»
«E tu?»
«Non preoccuparti per me, Billy caro.»
«No, Eric. Non mi darai una mano?»
Eccolo, lui.
«Billy, non posso fare tutto io, non credi? Questo– questi animali, li hai portati tu qui, in casa tua. Giusto?»
«Sì.»
«Non te li ho portati io, giusto?»
«No.»
«Io sono qui solo per l’amicizia che ci lega, Billy. Solo per questo, nient’altro.»
«E io ti ringrazio di essere qui, Eric, amico mio.»
«Ecco. Quindi dovrai risolvere la cosa da solo, non posso rischiare ulteriormente. Per me essere qui– capisci, no?»
«Tu credi che io…?»
«Assolutamente no, Billy. Ma non penso di esserti d’aiuto. Parola mia che rovinerei tutto, non ho– non ho il tuo sangue freddo.»
«Sangue freddo? Cosa devo fare, Eric?»
«Sì, bhé… Nulla di che. Davvero, nulla di che. Ma– ma scusa, Billy! Ascoltami un attimo: tu ti sottovaluti. Tu ti sottovaluti. Certo che hai sangue freddo. Hai portato di nascosto tutte queste bestiole fin qui dentro, no? Dal tuo laboratorio a casa tua, diamine! E dio mi strafulmini se Daniel non è stato un autentico delirio, no?»
«In effetti non è stato facile.»
«Vedi? Vedi che hai la stoffa per queste cose? Io invece no. No no. Sono un autentico incapace. Mi tremano le mani. Mi tremano le mani di continuo. Ma. Ma posso aiutarti, questo posso farlo. In nome dell’amicizia, giusto? Ti dirò cosa fare, al più piccolo dettaglio. Non ti resterà che seguire le mie indicazioni e ne usciremo tutti quanti illesi. Felici e contenti.»
«Oh, grazie Eric. Grazie, davvero, Eric!»
Il ragazzo è così preso dall’entusiasmo che tenta d’abbracciarmi. Lo scanso. Non ne abbiamo il tempo. Voglio uscire di qui e non farmi più vedere. Billy, raro mentecatto, stammi ad ascoltare prima che sia troppo tardi.
[Continua il 03/06]

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Il Segreto di Billy Anderson pt.5

«Un alligatore.»
«Alligatore?»
«Un coccodrillo, un alligatore.»
«Un coccodrillo?!»
«Sì, una specie di coccodrillo.»
«Mamma santissima, un dannato coccodrillo?! Qui in casa?»
«È mansueto.»
«È un animale, Billy, dannazione, è un animale!»
«Del dipartimento nove.»
«I coccodrilli si mangiano le persone, Billy, non hai visto i documentari?»
«Quei documentari sono stati fatti dai nostri clienti, Eric. Calmati per l’amor del cielo.»
«Quindi non ci attaccherà?»
«No, ha il chip del controllo comportamentale perfettamente funzionante, te l’assicuro.»
«Billy, non starai scherzando come al solito?»
«Affatto, Eric amico mio. Affatto.»
«E cos’avrebbe questo coccodrillo?»
«Gli è stato impiantato un cervello umano.»
Benissimo. Alla grande, proprio.
Ciò dimostra che non siamo soli. Non siamo soli in questa malefica casa ricolma di abomini. Questa sorta di– catapecchia– dell’orrore.
Un altro essere, col nostro stesso intelletto, si trova immerso in una vasca da bagno esattamente oltre questa porta, e noi ancora qui a parlare come se nulla fosse.
Non so cosa gli stia dicendo il cervello al povero Billy. Vorrei chiederglielo.
Cosa ti dice il cervello?
Vorrei proprio chiederglielo.
Ma meglio di no, meglio di no. Potrebbe alterarsi, garantito che si altera se glielo chiedo.
Povero ragazzo.
Ma dico io, perché non ha chiesto aiuto al coccodrillo invece che scomodare il qui presente Eric? Vorrei proprio saperlo: un cervello vale l’altro, no? E invece ha dovuto chiamare quel volpone di Eric. Proprio così. Chiamiamo Eric, che non ha nulla di meglio da fare.
Come no.
Caro coccodrillo, spero proprio che tu sia–
In ogni modo ci siamo cacciati in un brutto guaio, in un gran brutto guaio.
«Bene Billy, mostrami pure questo signor coccodrillo. Vuoi?»
Il caro Billy apre la porta girando la maniglia e m’invita a entrare. Un gran vapore m’investe in un via e vai di nuvolette di condensa. Quanta umidità, per dio.
Dove sarà la bestia?
Billy si volta verso la parete opposta all’entrata e indica con l’indice il pavimento. Il vapore si dirada uscendo dalla porta e mostra ciò che prima nascondeva: un coccodrillo fatto e finito, parola mia. Esattamente come quelli che si vedono nelle stagnanti acque africane. Un dannatissimo coccodrillo africano. Non scherzo.
Un coccodrillo dentro una bella vasca da bagno. Quanto spreco. Quanto inutile spreco.
Le fauci dell’animale sono socchiuse in un malefico ghigno spettrale. Gli occhi, fermi, mi scrutano di soppiatto, come se incuriositi. O intimoriti. Intimoriti poco, incuriositi molto, a essere sinceri.
A ben guardare non capisco se–
No no, stanno guardando proprio me. Parola mia. Il coccodrillo mi sta guardando.
Me la squaglio e tanti saluti.
«No no no, Eric Eric, per l’amor di dio, niente movimenti bruschi!»
Quell’idiota di Billy mi afferra per il colletto e mi tira indietro, facendomi ribaltare ai piedi della vasca, culo in terra e nuca schiacciata contro il marmo.
Alle mie spalle sento soffiare, un sibilo inferocito, un terrificante ssssssssssskkh proveniente direttamente dalle fauci dell’inferno.
Non so per quale motivo, ve l’assicuro, ma vengo trapassato da un incontrollabile tremolio. Un tremolio persistente e poco decoroso.
Billy mi porge una mano e mi aiuta ad alzare.
«Piano, piano, Eric, scusa, dovevo avvisarti, scusa.»
«I-i-il c-c-coc-coc-cocc…»
«Eric, cerca di calmarti. Sei al sicuro, davvero.»
«A-al s-s-sic…»
«Daniel ha bisogno di concentrarsi molto per comunicare, vedi? E, scusa ancora, davvero, scusa, dovevo dirtelo prima, davvero, se ci si muove velocemente si rischia di spannare lo specchio, vedi?»
«C-chi d-di-diav-diavolo è Da-Daniel?»
«L’alligatore. Vedi Eric? Guarda, guarda lo specchio.»
Lo specchio, signore dio, lo specchio.
Mai vista cosa più stramba in vita mia. Garantito.
Lo specchio, appannato dal vapore del rubinetto aperto poco sotto, è ricoperto di scrittine articolate, con lettere vagamente spigolose. Piccole scritte tracciate sopra la patina di condensa, come comparse dal nulla.
A fianco dello specchio la coda del coccodrillo rimane a mezz’aria: un serpente senza testa, rigido e rugoso.
«C-che significa, B-Billy, am-amico mio?»
«Leggi, Eric, non aver paura.»
Mi avvicino cautamente, di pochi passi, ben dosati, e leggo mentalmente quell’agglomerato di frasi geometriche. Il contenuto è più o meno il seguente:
Le porgo i miei saluti, signor Eric. Sono lieto di fare la sua conoscenza. Spero di non averla impaurita eccessivamente con questo aspetto, come dire, atipico al di fuori della residenza del signorino Anderson.
Deve capire che gli incidenti capitano quando meno ce li si aspetta, e io, sicuro di poter camminare e correre all’interno di una forma umanoide, per mia gran sfortuna mi sono ritrovato dentro questa prigione, priva di qualsiasi comodità e, francamente, del tutto inadeguata al mio intelletto.
Una situazione bizzarra, non conviene?
Non penso di aver capito. Lo dico ad alta voce.
«N-non penso di aver capito, Billy.»
«Hai letto?»
«Signorsì, ho letto, h-ho letto.»
«Ecco.»
«Quindi? Cosa vorrebbe dire t-tutto questo?»
«Quel che c’è scritto, Eric, amico mio. Nient’altro.»
«È stato il coccodrillo a scriverlo?»
«Certo, non riesce a comunicare con la bocca che si ritrova. Vedi, la bocca che– non è– adatta.»
«E quindi scrive sullo specchio?»
«Come puoi ben vedere.»
«Non parla?»
«No, nessuna parola. Niente. Ti sembra così strano, Eric? Da come– sembri, sì, sembri sconvolto.»
Sono sconvolto, eccome. Come potrei non esserlo?
Questa situazione, tutta questa situazione in cui sono capitato per mano del destino e un pizzico d’impegno da parte del qui presente Billy, è, come dire, surreale. Surreale a dir poco.
Se una volta entrato in queste oscure mura pensavo di aver toccato il fondo, di aver visto in faccia la disperazione, ecco, ora posso ricredermi. Il peggio non ha mai fine. Il peggio non ha, veramente, mai mai fine.
Il coccodrillo scribacchino è solo l’ultima goccia di un vaso non ancora traboccante. Billy deve ringraziare il mio autocontrollo, parola mia che mi deve ringraziare. Se non fossi stato una persona equilibrata, padrona delle proprie emozioni, sarei già fuggito alla caserma più vicina, pronto a spifferare tutto in cambio di un condono.
Un piccolo, pacifico, condono.
E amici come prima.
Io alla mia vita, tu alle cel–
Ma non farò nulla di tutto questo, nossignore, e sapete perché? Perché–
Perbacco, non lo so nemmeno io il perché. Qualcosa a che fare col viola, ma non vorrei passare per maligno e– sto parlando troppo.
Garantito.
«Billy, amico mio, non sono sconvolto. Solo sorpreso. Ma non sconvolto.»
«Occhei, Eric. Occhei.»
«Devo– Devo rispondergli?»
«Se vuoi sì, ma non devi sentirti costretto.»
«Ci mancherebbe solo che mi senta costretto.»
«Sì, infatti, non sei costretto.»
«Quindi non si offende se non gli rispondo?»
«Non lo so, devi provare a chiederglielo.»
«E parlargli?»
«Sì, devi parlargli per chiederglielo. Non c’è alternativa.»
«E se non volessi farlo?»
«Allora non potrai mai sapere se si– però non credo.»
«Cosa non credi?»
«Che si offenda. È pacifico.»
«Quanto, quanto ci hai parlato?»
«Con lui? È in casa da due settimane.»
«Ce l’hai chiuso in bagno da due settimane?»
«Sì, Eric.»
«Accidenti, Billy, è tanto tempo.»
«Ho resistito più che potevo.»
«Prima di chiamare me?»
«Sì, Eric, sì.»
«E dopo mi hai chiamato?»
«Avrei tanto evitato, credimi. Avrei evitato. Non volevo portarti dentro.»
«Dentro, mh. Dentro dove?»
«Qui in casa. Mi dispiace, Eric. Mi dispiace. Potessi tornare indietro–»
«Potessi tornare indietro, potessi tornare indietro, Billy caro. Potessi tornare indietro un corno. Ormai siamo qui, e rimaniamo qui. Non è il momento di lasciarsi andare in– facili drammi. Sicuro che non lo è.»
Il coccodrillo alza la testa e la riabbassa con uno schiocco di fauci. Mi fa rabbrividire, dio santissimo, mi fa rabbrividire.
«Cosa vuole?»
[Continua il 31/05]

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Il Segreto di Billy Anderson pt.4

«Credi forse che voglia scappare? Stai sicuro che non mi sposterò di un passo, garantito.»
Povero stupido, se solo sapessi la tentazione che mi attanaglia in questo esatto momento, circondato da un manicomio di zoo, la tentazione di prendere la rincorsa e fuggire a gambe levate, senza voltarmi indietro… è qualcosa di insopportabile, opprimente addirittura.
Signore mio, cosa dovrei fare? Che brutto brutto brutto guaio, che razza di brutto guaio. Ma la colpa è mia, la colpa è soltanto mia. Sapevo fin dall’inizio cosa avrei dovuto fare: rimanere al lavoro! Ecco cosa!
E invece sono stato così– Ma lasciamo perdere, guarda.
Meglio lasciare perdere, inutile piangere sul latte versato. Proprio inutile.
Billy mio, un giorno mi sarai riconoscente, oh se lo sarai. Riconoscente da provare dolore, parola mia. Quando dovremo dividere una fredda cella fuori città, mi ci vedo già. Io e te, con quelle tute viola che al solo pensiero–
Non voglio finire in una di quelle celle, nossignore, non voglio. Mio dio, cosa ho fatto di male per meritarmi tutto questo? Cosacosacosa?
E se fosse uno scherzo? Un simpatico scherzo di quel burlone di Billy? Se questi– stravaganti– animaletti fossero stati presi in prestito dal dipartimento nove prima di essere– No, impossibile. Impossibile.
Ora me ne vado, parola mia che me ne vado. Con garbo, senza far rumore, liscio come l’olio. Billy, amico mio, dovrai perdonarmi, ma il pensiero delle tute viola è troppo, davvero troppo da sopportare per una mente come la mia. Mi conosci, vero? Mi conosci? Certo che mi conosci. Sai che non potrei mai sopportare un peso del genere. A essere sinceri dovevi aspettartelo, dovevi aspettartelo eccome: una pena detentiva ai margini della società? Uno come me? Nossignore. E nemmeno tu vorresti mai, garantito.
E allora non arrabbiarti quando mi sarò–
No, non posso. Non posso proprio. Non finché quel diavolo di pinguino se ne sta davanti alla porta. Billy, ancora una volta riesci a sorprendermi: a te non la si fa, non la si fa proprio. Sei arrivato ad addestrare gli animali, Satanasso di un uomo, le hai pensate tutte. Mi viene quasi da ridere, se non fosse per la situazione.
Addestrare un abominio di pennuto per tenermi segregato in casa tua; come se ce ne fosse bisogno, poi. Da prima che entrassi in casa sapevi che avrei tentato la fuga alla prima occasione buona, ma ti sbagliavi, amico mio. Ti sbagliavi di grosso.
Non fuggirò, non ora, non dopo tutto quello che mi hai detto, non da quando mi hai fatto portatore– guardiano!– del tuo segreto.
Lasciami dire che la tua fiducia verso il prossimo è a un livello preoccupantemente basso. Preoccupantemente basso.
Quanto ci mette per un foglio di carta?
Mi sta mancando l’aria qui dentro.
E al solo pensiero che potrei essere– Oh misericordia. Misericordia santissima. La mia figura pubblica ne uscirà demolita, demol–
Eccolo che torna, tutto pimpante. Guarda lì che sorrisone, hai ben motivo di essere contento, Billy caro, ora che c’è qui il tuo Eric a tirarti fuori da guai. So già cosa stai pensando, te lo leggo in faccia chiaro e tondo: “Eccolo qui, il mio pollo. L’unico stupidotto che non è ancora fuggito, il complice del mio segreto. Eccolo qui”.
Ebbene sì, eccomi qui.
«Scusa se ci ho messo tanto.»
«Non importa Billy caro, non importa. Hai trovato tutto?»
«Sì, ecco qui.»
«Bene bene bene, scriviamo subito il nostro leone e passiamo avanti.»
Appoggio la penna al foglio e un brivido mi percorre l’intero braccio, una dannata scarica elettrica premonitrice.
Il mio cervello si scuote tutto, in un sussulto ballerino, come se serrato a un minuscolo appiglio sopra un precipizio. Mio dio.
In questa giornata mi sento senza controllo, una vittima in balia degli eventi, senza alcun controllo, parola mia. La vita mi sta sfuggendo tra le mani, in uno stato liquido– oleoso– dandomi poca possibilità di decisione. Che fine ha fatto il sacrosanto arbitrio? Che fine ha fatto?
Ve lo dico io che fine ha fatto: è morto e sepolto.
Quando mai un animale chiuso in una trappola ha avuto diritto al libero arbitrio? Mai. Non è mai successo.
La mia volontà è stata soppressa definitivamente da quando mi sono alzato e ho risposto a quella diabolica telefonata. Dal momento in cui un segreto si è fatto avanti nella mia vita, da quel momento ho perso ogni responsabilità sulle mie azioni. Sono diventato un burattino in mano al prossimo, ecco tutto.
Misericordia. Misericordia, che brutta situazione.
Percorro assieme a Billy l’intera casa, nascosti fra le ombre di un sole in procinto di tramontare. Le 17 sono passate. Tharla, amore, le 17 sono passate e io non sono ancora a casa.
Chissà cosa starai pensando, piccola mia. Chissà cosa.
Non oso immaginare.
Facciamo il giro dell’abitazione e rispettivamente trascrivo sul foglio:
Leone no esoscheletro – gorilla miniaturizzato – cerbiatto inamovibile – scoiattolino indemoniato problema arto superiore sinistro – pinguino volante (tenere alla larga) – panda (ordine animale ritirato) – serpente no memoria lungo termine – gatto no sistema controllo comportamentale – piccione difetto gamba destra
Spero sia finita. Manca solo il bagno, ma non mi azzarderei mai a entrare in uno spazio tanto intimo, non è cosa da farsi… Billy non vorrebbe mai.
«Non è vero Billy?»
«In verità Eric–»
«Cosa?»
«Ho l’ultimo animale proprio lì, nella vasca.»
«Billy, tu hai una vasca da bagno?»
«Sì Eric, una normale vasca.»
«Una vasca da bagno?»
«Esatto.»
«Te la invidio, sai? Te la invidio tanto. Non ne ho mai vista una.»
«Non è nulla di che.»
«Come ci si sta? Come ci si sta da sdraiati?»
«Immagino bene, Eric, bene.»
«Suvvia, non fare il solito modesto, sono sicuro sia una bella vasca fatta e finita.»
«In effetti sì.»
«Con tutti i comfort.»
«Sì, i comfort.»
«Ma fammi capire, Billy caro. Fammi capire: tu, santo d’un uomo, hai deciso di occupare una meravigliosa vasca da bagno con uno dei tuoi animaletti? È così?»
«Sì, sì, è così.»
«Billy ma–»
Inutile, tutto inutile, sarebbero come parole al vento.
«Billy, di che animale si tratta? Un pesce?»
«No, non un pesce. I pesci sono del dipartimento dieci, tutt’altro reparto, noi non ci occupiamo di pesci.»
«Quindi?»
«Un alligatore.»
[Continua il 29/05]

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Il Segreto di Billy Anderson pt.3

Io dico, ma siamo impazziti?
Cosa mi tocca ascoltare?
Billy, povero diavolo, che tu e la tua idiozia siate dannati! Assieme a tutto questo maledetto circo che vi portate appresso!
La tua trappola è infine scattata, quindi; eccola, come una lama ben affilata, abbattersi sulla mia testa. Una decapitazione bella e buona, i miei complimenti. Pulito e indolore.
Lo sapevo, lo sapevo, lo sapevo.
Oh, Tharla, Tharla, mia adorata. Con che coraggio tornerò a casa? Con che coraggio potrò guardarti negli occhi dopo aver toccato con mano viva l’immondizia morale da cui sono fuggito per tutta la vita?
Una vita di onestà, ricompensata in questo modo. Non me lo merito. Billy, fetente zucca vuota, questo non me lo meritavo. Non me lo meritavo, no.
Sto per vomitare. Non posso rimanere un secondo di più, sento che potrei vomitare. Vomito, se resto ancora qui vomito. Vomito.
Falso allarme.
Un pensiero mi rintontisce la testa, improvviso e funesto: se stasera rincaserò dovrò dire tutto a–
Non rincaserò. No, non rincaserò. Forse domani, o domani ancora, ma stasera– Devo chiamarti, Tharla, Tharla mia. Devo chiamarti o stanotte non ti addormenterai, furiosa nel letto vuoto. Non serviranno i migliori pensieri a farti prendere sonno, garantito. Ora ti chiamo, sento già la tua adorata vocina all’orecchio–
La tua– adorata–
No, non ti chiamerò. Perdonami, mia amata. Perdonami. Non è colpa mia.
Non sono ancora le 17. Tra poco, forse. Sì, forse tra poco, ma non ora.
«Billy, scemunito che non sei altro, cosa ti è passato per la testa?»
«Eric, cosa posso fare? Dove posso portarli? Qui è un pandemonio.»
«Bravo, hai detto bene, un sacrosanto pandemonio!»
«Non so dove portarli.»
«Non puoi chiederlo a me. Io– Fino a ieri ero un cittadino modello, sai? Fino a ieri ero un perfetto cittadino modello. Come hai potuto farmi questo?»
«No, Eric! Eric Eric Eric, amico mio, amico mio non è come pensi!»
«E allora com’è? Sentiamo.»
«Avevo solo bisogno d’aiuto. Non sapevo a chi rivolgermi. Non volevo ingannarti.»
Le sue parole sembrano sincere, e lo sguardo pentito. Ma non abbasserò la guardia, non posso proprio permettermelo, non dopo tutti gli inganni che si sono susseguiti.
Billy, mascalzone, mi farai ammattire. Parola mia. Da qui ne uscirò matto, matto scoppiato, lo sai? Dopo questa avventura diffiderò di chiunque, come un autentico sociopatico. Come potrò fidarmi, d’altronde? Quando pure un amico come te, Billy mio, mostra un comportamento così deplorevole– la fiducia– puf! Scompare. Totalmente.
Io ne vedo ogni giorno, di persone riluttanti al contatto umano. Certo che li vedo: ai bordi della strada, con la testa abbassata e la bocca tutta schizzinosa. Al parco, in stazione… al bar.
Ormai sono cosa comune, oh se lo sono. Si vedono ovunque. Uomini e donne senza fiducia, felicemente privi di– A pensarci bene non stenterei a credere che ognuno di essi, ogni singolo uomo solitario dal viso ricolmo di disappunto per i propri simili, abbia vissuto, in un momento della propria vita, un evento tanto funesto da fargli perdere fiducia nella razza umana. Tutta.
Un fatto irreversibile, causato dal Billy Anderson di turno. Proprio come quello che sto vivendo io, in questo esatto momento.
Fino a ieri non avevo nulla contro la gente, nossignore. La razza umana mi andava a genio, era più che occhei: perfetta. La comunità non mi era mai stata così congeniale come questa mattina. Ma ora… Ora non saprei proprio.
Sapete una cosa? Provo una forte pena al pensiero di non saper più di chi fidarmi. Questa cosa mi tortura dall’interno, mi lacera la mente. Mi fa ammattire. Com’è potuto accadere che un’azione tanto inconsueta sia riuscita a rovinarmi un roseo futuro fondato su una sana, sacrosanta, vita sociale?
Billy, tu eri uno sociopatico da prima? Lo eri, Billy?
Com’ho potuto non accorgermene?
Da quando ci siamo incontrati, tanti anni fa, sei sempre stato un sociopatico? Devo credere questo?
Non so.
A sentirti parlare lo eri eccome, garantito.
«Billy, mi fido. Ma sappi che la situazione è gravissima. Gravissima. Ora: hai fatto un censimento degli animali?»
«Sì– no.»
«Per l’amor del cielo, Billy: sì o no?»
«No, non l’ho fatto, non ci ho pensato, scusa.»
«Non chiedermi scusa, ora come ora è completamente inutile. Ma possiamo rimediare, non credi?»
«Sì, il censimento, giusto.»
«Bravo il mio Billy. Da chi partiamo?»
Un pennuto simile a un pinguino mi svolazza sopra la testa, con sguardo inconsueto per un animale: diffamatorio, oserei dire. Uno dei peggiori musi procreati dal settore nove, parola mia. A fissarlo lungamente ne scaturisce una gran antipatia, probabilmente ricambiata, non so… sembra non voglia scostarsi dalla mia nuca.
Questa razza non la comprendo, non la comprendo proprio– i volatili, con quel loro modo provocatorio, quel farsi beffa della forza di gravità, m’infastidiscono da sempre, parola mia.
Addirittura dai primi anni di vita, proprio così, quando una cornacchia del malaugurio provò a–
Accidenti a me e ai miei pensieri! Sto forse perdendo il senso del reale?
È a questo che siamo arrivati?
Dico: come ho fatto a non accorgermene subito? Questo pinguino non dovrebbe volare, nossignore! Cosa diamine ci fa a pochi centimetri dal soffitto?
Ora affiancato da un, mio dio, gorilla miniaturizzato e da quel che riconosco come lo scoiattolino indemoniat– come non detto, è ricaduto.
A ben guardare il gorilla, santi numi, il gorilla sta fumando una sigaretta. Dove l’avrà presa?
Sarà legale?
Non credo. Qui finiamo nei guai, me lo sento: furto di animali e– Come si dirà? Poco importa.
Oh, Billy Billy Bill, il censimento non è ancora iniziato che ne ho già le scatole piene. Fino all’orlo. Tutti questi scherzi di fabbricazione, così strambi e rozzi, dovresti rinchiuderli in un ripostiglio e gettare la chiave, parola mia.
Non dico “eliminarli” solo per l’amicizia che ci lega, amico mio, altrimenti non mi farei problemi, garantito.
Siamo seri. Queste care bestiole, forse non ne gioverebbero? A porre fine alla loro vita, intendo. Dire addio a un mondo che non comprenderebbero se non in termini di fatica e dolore? Io lo trovo più che giusto, più che giusto davvero. Ne gioverebbero eccome, com’è vero che finiremo nei guai a continuare a parlarne. Garantito.
Vedo un leone appiattito al pavimento, con un muso cencioso e aperto sulle mattonelle . Uno straccio di animale a dirla tutta, niente a che vedere con quello tanto elogiato come il re della savana nei documentari serali, l’esatto opposto; una pallida ombra del re della savana è esattamente sdraiata tra la cucina e il salottino, ora malmenata dal gorilla, ora dal braccio rotante di quello scoiattolo della malora.
Che magra figura, che magra magra– dobbiamo trovare una soluzione per quello scoiattolo, o rischio d’impazzire. Mi fa saltare i nervi.
«Iniziamo dal leone, che ne dici?»
«Oh, sì, se preferisci.»
«Come sarebbe a dire “oh”? Billy caro, non sono io a preferirlo, ma dobbiamo iniziare da qualcuno, non credi? Dobbiamo? E il leone, bhé–»
Non trovo le parole.
«Sembra voglia collaborare, no?»
«Eric, il leone…»
«Morde, Billy? Siamo in pericolo? Se siamo in pericolo–»
«No, certo che no, Eric, l’esatto opposto, l’esatto opposto. È stato fabbricato senza un esoscheletro, non vedi? È, è solo la copertura esterna in gomma, nient’altro. Non vedi come sta tutto steso?»
«Billy, dio santissimo, non potevi lasciarlo in reparto? Stiamo parlando di un, un volgare, un volgare tappeto africano! Non so che altro!»
«No no, Eric. Gli è stata impiantata un’intelligenza, lì, sotto il cranio, ma non ha di che muoversi.»
Nulla cambia, invero.
Ma questo non lo dico, che il ragazzo è scosso e non vorrei– sapete voi cosa.
«Occhei Billy, vediamo se ho capito: abbiamo di fronte un leone senza ossa, un povero leone senza ossa.»
«Esatto. Esatto.»
«Non vedo che problema ci sia, temevi forse ti avrei criticato in un qualche modo? Parliamoci chiaro: temi che sia qui a criticarti? Pensi che il vecchio Eric sia tutto un giudicare le azioni altrui? Il tuo amico Eric?»
«Non ho pensato questo, nossignore!»
«Un criticone d’uomo, è questo quello che pensi?»
«Non mi azzarderei mai, Eric amico mio!»
«Te ne sono molto grato, davvero. Da parte mia stimo fortemente tu come persona e la sensibilità che ti ha da sempre contraddistinto.»
«Lo pensi–»
«Ma continuiamo, che si sta facendo tardi, molto tardi, accidenti.»
«Sì, sì continuiamo.»
«Allora, abbiamo qui un leone senza esoscheletro. Un signor leone, il primo di tanti animaletti problematici. Ecco che ce lo appuntiamo nella nostra testolina– Anzi, no. Billy caro, hai forse un pezzo di carta su cui poter scrivere? E una penna se possibile. Con l’agitazione che siamo costretti ad affrontare non vorrei mai dover riprendere da capo solo per una qualche distrazione. No? Visto l’andazzo non sarebbe auspicabile, non credi?»
«Parole sante, parole sante. Dovrei avere un foglio di carta in– vado a prenderlo, aspettami qui per favore. Arrivo in un battibaleno.»
«Credi forse che voglia scappare? Stai sicuro che non mi sposterò di un passo, garantito.»
[Continua il 27/05]

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