Diario di bordo.

Era da tanto che non scrivevo due cagate, così, su due piedi.

Sono davanti al computer da una mezz’oretta buona, sto guardando un filmaccio che fatica a prendermi ma mi prende: “The Cube”.
Sti qua chiusi in un cubo, forte, da piccolo me ne parlava, il vecchio Kampus, di sto film… e sempre da piccolo promisi a me stesso che non l’ avrei mai visto, ma adesso eccomi qua a boccheggiare davanti a stì disgraziati.
Mia madre, dalla cucina mi urla che è tardi, mancano 20 minuti alle 4, ora decisa per lo psicologo.
Sussulto, prendo la giacca di mio padre: nera, stoffa fuori, impermeabile dentro, lunga fino alle ginocchia, quindi m’ infilo la classica cuffia grigia e, sopra la cuffia, mi metto le cuffie (quelle a cerchietto, per intenderci) con i Psychic Tv che spiegano qualcosa circa sul perché dell’ amore, forse non esattamente sull’ amore, ma poco importa.
Quindi guardo fuori, era dalla mattina che pioveva. Stranamente nessuna goccia scendeva dal cielo
-mammavadociao.
Lei mi consiglia di andare con l’ autobus, un lusso che non potevo permettermi vista l’ ora.
-no prendo la bici.
-Hai rimesso il freno?
-no.
-Non è sicura quella bici.
-lo so, mami, ti giuro che la rimetto a posto.
-Anche perché si scivola… attento a non scivolare.
-giuro che non scivolo.
-Vuoi la mantella?-
La mantella una cosa grigiolina impermeabile che si usa anche al campeggio per proteggere la tenda dalle alluvioni estive. Tre metri per tre di stoffa da infilarsi sopra la testa, per due volte m’è capitato di metterla per andare a scuola, entrambe due le volte sono stato deriso da metà Liceo, mi piaceva proprio per quello, la mantella; ma dallo psicologo no, non ci vado con quella roba, non piove, no?
E allora basta la giacca.
Scendo le scale, impugno il manubrio e via, tutta via Fioravanti  viaggia che è un piacere, vedo in lontananza il ponte di Galliera e qua comincia a piovere, prima goccine sottili sottili, pian piano, però, prendono consistenza, infilo via Indipendenza, taxi, macchine blu, motorini e autobus mi sfrecciano odiosamente al mio fianco, per ogni mezzo che passa impreco; la pioggia si fa sempre più consistente, impreco anche per la pioggia. Curvo alla Stoner a destra, verso via dei Mille.
La gente attraversa, impaurita, la strada cercando riparo nei portici, chi con dei giornali sopra la testa, chi con il cappotto infilato in modo da portare la testa su per una manica, non vedrà la strada che sta attraversando ma almeno non si bagna la testa.
Mi imbatto in un 50enne calvo e grasso, è a 10 metri di distanza, io sono sui 38 Km orari, la mia traiettoria è bloccata dall’ uomo, tiro il freno, la velocità non diminuisce, oddio lo prendo sotto, il fatto è che lui non mi sta guardando, l’ unica cosa a cui pensa è il portico, perché non guardano quando passano?! Gli sono a 8 metri, 7 metri, 6 metri, tiro giù i piedi e comincio a far atrito sull’ asfalto bagnato, la velocità non cambia di una virgola, curvo sulla destra, 5 metri, 4 metri, prendo la sua stessa direzione come una scheggia impazzita, 3, due metri, mi infilo dentro il portico e mi schianto contro una saracinesca chiusa, tutti i passanti mi guardano perplessi, mi vergogno da morire, il vecchio si tira su la giacca e mi osserva sorpreso, poi sorride, non l’ avevo beccato ma, anzi, l’ avevo accompagnato gentilmente sotto il portico (perdonatemi la ripetizione della parola), lui infatti sorride, si mette a ridere e mi dice:
-Bel tempo per andare in bici, eh?-
Non aveva capito un cippàciong, pensava mi fossi fiondato lì per proteggermi dalla pioggia e non perché se nò lo ammazzavo con la ruota della bici.
Comunque io sorrido e dico:
-Eh sì.-
Inutile spiegargli cose che non avrebbe capito, quindi riparto, intravedo in lontananza la rotonda, intanto sopra la testa ho: capelli, cuffia, cuffie emmepìtre, cappuccio capotto. La mia visuale, se si dice così, è ridotta ad una fessura imbarazzante. La pioggia non smette e comincia ad essere un muro d’ acqua. Le mie braghe sono, dal ginocchio in giù, a mollo. Faccio la rotonda e m’ infilo per via Marconi. Sono controvento. Impreco.
La pioggia mi s’ infila dentro la fessura e m’ acceca temporaneamente.
Sto pedalando alla cieca.
Quando riprendo la vista mi ritrovo in mezzo alla strada, mi passano a fianco 3 autobus, uno – dopo – l’ – altro.
Uno tzunami mi scaraventa contro il lato della strada, passa un pedone, anch’esso senza guardare, me ne frego tiro dritto e succeda quel che deve succedere, riesco a passargli davanti. Le mie gambe hanno la stessa sostanza della gelatina: stanno assorbendo, pian piano, l’ acqua dai pantaloni (a proposito: m’ero messo quelli di tela, non i jeans.).
Vado dritto, il mio cappotto comincia a pesare sempre di più.
Arrivo a piazza Malpigli.
Curvo, sempre alla Stoner, per via Sant’Isaia. Dietro di me nessun veicolo. I pantaloni grigi, ora, sono un grigio scuro, cattivo, quasi nero.
Ho voglia di piangere.
Lego la bicicletta ad un palo, mi tolgo il cappuccio, spengo la musica, sfilo la cuffia/e e vado dallo psicologo.
Speranzoso in un termosifone bello caldo.


(E’ un fatto avvenuto la settimana scorsa, questa settimana, invece, sembra davvero bella, speriamo che questo sole duri ancora.)

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10 risposte a Diario di bordo.

  1. ariel ha detto:

    ovviamente spero tu ti sia inventato quasi tutto…altrimenti dallo psiclogo ti ci porto io di pesooo!!!:-))veroo???

  2. ariel ha detto:

    …potevo anche scrivere pissicologo…tanto io ci sono stata davvero e posso permettermelo!!:-D

  3. Josef ha detto:

    Il problema è che col bel tempo cose così non possono succedere. Per quanto sia stata fastidiosa è sicuro che la ricorderai.

  4. Scaglia ha detto:

    Ariel: fatto realmente accaduto, un racconto del genere non sarei mai riuscito ad inventarlo. Dallo psic. ci vado, a causa di un periodo (stiamo parlando del Dicembre 2008) nero della mia vita, in cui faticavo a tirare avanti con la scuola. Quando mi vide fradicio si mise a ridere e mi chiese se stava piovendo fuori… sarcasmo.Josef: lo puoi dire forte, questa settimana prendo l’ autobus, almeno così non mi stresso col via e vai dei mezzi a benzina. Quelli m’ ammazzano più della pioggia.

  5. Alicina ha detto:

    Ecco. Questa è una giornata come quelle che capitano SEMPRE a me.Solo che tu non incontri i matti sull’autobus….TZUNAMIIIIIIIIII

  6. Scaglia ha detto:

    E te non incontri i matti dentro le macchine per strada. Quelli che suonano sempre e comunque il clacson.L’ autobus l’ ho abbandonato due anni or sono, troppo pieni di mattina….SPALSHHH!

  7. ariel ha detto:

    ..povero!!che giornataccia…ma perche’te ne sei andato in giro in bici con quel tempo??..cmq ti capisco..quando ero al primo anno di universita’sono andata in crisi completa…mio padre e’un medico cosi’mi mando’da un suo amico psichiatra per un sostegnobeh…mi fu molto utile!!non l’avrei mai detto !mi aiuto’tantissimo e dopo piu’di sei mesi di colloqui ritrovai equilibrio e serenita’….lo devo a lui se non ho abbandonato gli studi…ed alla pazienza dei miei!…spero tu abbia lo stesso beneficio..anche se come mi ricordava err doctor..:-))…aiutati che io ti aiuto!!!…vai in pullman….:-D

  8. Scaglia ha detto:

    Era nuvoloso e basta quando sono uscito.Mi sta aiutando, lo pì-esse-i-ci, da un cinque scarso sono arrivato alla media del sei e mezzo (olhè!), m’ha tranquilizzato su molte cose, e poi non ho proprio voglia di scrivere tutto riguardo i miei appuntamenti con lui che sembra molto che me la tiro.

  9. ariel ha detto:

    giusto!..:-))..scrivimi una bella favola post moderna….se non ci penso io!!

  10. Scaglia ha detto:

    Proverò

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