Il trasloco.

La ragazza dovrebbe vivere da queste parti.
Se proprio vuole proteggerla perché non comincia a vivere
con lei, invece di chiamare uno di noi?!

Cristo: non siamo nati per questo!
E poi m’ha dato una cartina squallida: non so dove sia, non
so dove stia andando, non so nemmeno in che città mi ritrovi.

Dovrei essere in quest’incrocio.
Forse…
No, qui…
Ecco, qui!
O forse qui?
Cinque sensi non mi bastano per un cazzo ad orientarmi, poi
queste strade sono tutte uguali: così grigie, così piatte, così fastidiosamente
monotone. Che fine hanno fatto le gogne? Ero sicuro che, almeno quelle, non
sarebbero mai passate di moda.

Uff… mi scusi.
Troppa gente, sto per esplodere, sto per esplodere… Oh!
Grazie, “Ecco la strada.”

L’ho trovata.
Il condominio della ragazza si affaccia su un parco pubblico
bello grande: il verde dei germogli sta lentamente prendendo il sopravvento
nella totalità del luogo. Mi piace questa stagione, la primavera: gli aerei
uccelli mi annunciano con un soave inno, pronti ad attraversare ardue e avverse
correnti d’aria per inviare il mio messaggio al “padrone” –permettetemi almeno
l’uso delle virgolette, ve ne prego– <<Sì, l’ho trovata, sicuramente non
grazie al suo aiuto, né, tanto meno, alla segnalazione stradale della
generazione del tom tom; ma vagando per intuito, per emozioni umane, per
pensieri: per livelli di pensiero alternativi, no, niente magia, darei troppo
nell’occhio, solo umile e semplice programmazione neuro linguistica, PNL, se
non sbaglio, così la chiamate. Inizio fin da subito compito assegnatomi, vivi
saluti.>>

Brave, mie creature, andate e  prendetevi il meritato riposo alla fine del viaggio, ve ne prego; non bisogna mai trascurare il proprio benessere. [*]
L’edificio in mattoni  rossi è ben tenuto, trasmette visivamente una sensazione
di quiete, di leggerezza, di benevolenza e rettitudine: ogni finestrella è
decorata da tendine di pizzo; ogni balconcino ha, al suo esterno, vasetti in
technicolor floreale.

Io, lì, con la mia proiezione corporale, non ci entro.
Devo trovare un appoggio in cui lasciarla e trasferirmi
telepaticamente in un altro corpo movibile.

Aggiustandomi gli occhiali da sole sul naso mi avvicino ad
una panchina in legno del giardino pubblico, mi siedo e resto ad osservare il
sole per qualche secondo. L’aria bella fresca e frizzantina mi riempe i
polmoni: in giro c’è ben poca gente; occhei: non appena una nuvoletta oscurerà
il sole mi trasferirò.

Meno cinque, quattro, tre, due, uno:
<<morteapparentequestomondopotrebbestratificarelaforbicesocialedellazonacostieranorddell’imbutoinfernalequindilasciaviaggiare lamiaesistenzaesconfinareinquellaaltrui,
chiedo il consenso superiore!>>

Una folata infernale mi scompiglia i pochi capelli rossicci.
Silenzio.
Il mio corpo si ripiega su sé stesso, dalla bocca non esce
niente, ma anzi, un rumore piuttosto oscuro –sono urla? Credo di sì: sono urla–
ne viene risucchiato.

Il naso perde una sottile e fluida goccia di sangue.
Sono fuori. 
 

 

 
 
[*]:Alla fine la gente si ostina a
chiamarci “demoni” (dal greco antico δαίμων, dáimōn): mostruose creature degli inferi, che ben poco hanno a che
fare con gli, aristocratici e assai stronzi, arcangeli del paradiso. Bhè: anche
noi abbiamo un cuore sotto questa pelle. E l’ultima cosa che voglio è avere
dell’uccellagione smagrita e dura nei nervi per pranzo, una volta tornato a
casa. Ohssì. Le anime dei nostri servitori ci guideranno anche giù, sotto il
caldo suolo.

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2 risposte a Il trasloco.

  1. ariel ha detto:

    dura la vita dei demoni….sono il sottoproletariato del cielo…..:-))

  2. Scaglia ha detto:

    Un lavoro mal pagato (e qui ci ritornerò presto [tutto dipende dalla durata del "racconto"]);una vita d’inferno.E poi le corna…Poor Demon.

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