Il benvenuto.

Sono fuori dal corpo: l’ultima volta che qualcuno mi vide
sotto forma di pura essenza si scatenò il finimondo; mai visti tanti fedeli
impazzire in un solo colpo; mai visti tanti atei convertirsi alla religione
senza ripensamenti.

Ora sono nell’aria, faccio parte di tutto ciò che mi
circonda: sono il cane, che segue il padrone e segna il proprio territorio con
un virile, e mirato, getto d’urina; sono l’atleta, che corre nel parco, con
respiro alternato, con l’acido lattico che innonda ogni tessuto muscolare delle
gambe; sono la vecchia, l’anziana, col cuore ricolmo d’odio, una visione
perfetta del mondo, il marito è morto, nipoti: non hanno mai visto la luce,
sola assieme ad un dono non ancora
perso,
ma ormai è troppo tardi e presto sarà il nostro tempo; sono l’impiegato in
ritardo, che scende velocemente per le scale, che accende la macchina, riscalda
il motore e, pensando alla fantastica notte del giorno prima –il corpo freme e
il fallo s’irrigidisce–, parte sulla strada; sono l’aria, inalata da ogni
essere vivente, assorbita da ogni essere vegetale; sono l’azoto, l’ossigeno,
l’idrogeno, l’anidride carbonica; sono ogni molecola della terra, ogni atomo,
ogni protone, neutrone ed elettrone; sono il numero atomico; sono la pura,
perfetta, onnipresente essenza.

Ma
ritorniamo dall’atleta, e qui fermiamoci.

Entro
nella sua mente e mi impadronisco degli impulsi elettrici, del suo corpo.

Ora sono
casini.

Devo
dargli ordini semplici, chiari, senza troppi complementi o esplode, evitare
mosse azzardate e d’uccidere il corpo (e la mente) ospitante.

Occhei,
pronti:

respira,
cammina, respira, mantenere equilibrio, cammina, respira, aumenta velocità
passo, respira, un piede dopo l’altro, respira, avvicinarsi a porta terza casa
da destra, respira, cammina, respira, spostare sguardo a destra, spostare
sguardo a sinistra, respira, attraversa strada, respira, portarsi davanti alla
porta, respira.

Per ora
tutto bene, in giro c’è pochissima gente, la ragazza dovrebbe ancora dormire,
almeno credo, continuiamo:

portare
mano su maniglia, respira, spingere, respira.

<Oh,
materia, non resistermi, apriti al mio passaggio e richiuditi sul mio passato,
non costringermi a richiedere l’intervento di Chiconahui, questo corpo è
purificato nell’anima, contenitori di due menti, non procurerà danno.>

La
serratura si apre facilmente:

entra,
respira, osserva.

Scale,
la ragazza dovrebbe abitare al secondo piano:

portare
piede destro sul primo scalino, spostare peso su gamba destra, portare piede
sinistro sul secondo scalino, non dimenticarti di respirare!!, spostare peso su
gamba sinistra, ripetere azione dal punto a al punto e con resto
degli scalini, respira, arrivare fino a secondo piano con azione ripetuta,
respira, in caso di corridoi: percorrerli fino a seguente rampa di scale.

E’ un
lavoro ingrato e faticoso, lasciatemelo dire, i corpi umani sono estremamente
difficili da guidare; tutt’altra cosa un corpo animale o, ancora meglio, un
insetto: sono più “autonomizzati”.

Eccomi
giunto a destinazione.

<Oh
porta, ho parlato con la tua collega: c’ha fatto entrare.>

La
serratura si apre facilmente.

Un
corridoio mi taglia la strada.

L’appartamento
è questo, ne sono sicuro: sento qualche traccia del mio padrone; sento la sua
prole urlare, disperarsi, affliggersi dal fondo d’un cestino targato IKEA.

Però
qualcosa non va.

Ho una
brutta, bruttissima, sensazione: il corpo dell’atleta si china su se stesso e
rigetta sul pavimento un miscuglio di proteine, carboidrati e tuorlo d’uovo
crudo.

Sto
perdendo il controllo dell’ospitante.

La testa
mi gira.

Qualcuno
ha messo un fottuto controllo. Qualcuno ha messo un fottuto controllo!

Il corpo
perde pericolosamente sangue dalle orecchie, dal naso e dai fori lacrimali; si
sta svuotando da ogni liquido, cazzo! Un fetore di merda mescolata ad urina
innonda la soglia della porta.

Comando:
muovere bocca, uso corde vocali.

-Cè…
ciè cuacunh… cualhcugno?-

Cristo:
devo uscire, devo uscire!

Il corpo
si sta spostando da solo, la prima coscienza sta riacquistando la padronanza
dei movimenti.

Ci
muoviamo sulle ginocchia, lentamente, percorriamo uno stretto spazio, la testa
macchia ovunque il muro, il salotto, siamo in salotto.

Con le
unghie ci graffiamo disperatamente il viso, le guance si colorano di rosso, le
orbite pulsano d’un latteo biancore.

-AAANGHHH!-
Abbiamo
l’uretra in fiamme, abbiamo la schiena stesa a terra, siamo in una trappola. I
quadri appesi nei muri: i quadri appesi nei muri si stanno muovendo verso il
basso, si sciolgono lentamente, il pavimento tende a deformarsi sotto il nostro
peso.

I
muscoli si slacciano dalla carne, le membra vengono strappate, lacerate,
straziate.

-Bshta…-
Basta.
Basta.

Sto
perdendo spessore, ho bisogno d’un richiamo o ciò che sono rimarrà legato
ancora per poco a questo mondo.

Un
fascio di luce mi attraversa il cranio, la mente, il mio livello di pensiero si
alterna, le cariche corrono, come non hanno mai fatto, corrono e si liberano da
ogni peso.

Fuoriesco
nell’aria.

Il
citofono prende fuoco dietro di me,

la mia fredda proiezione
corporale, seduta sulla panchina, è ferma ad aspettarmi, vi entro con la
velocità d’una parola.

Il sangue riprende a scorrere, il
cuore a battere, sto piangendo.

Sto piangendo.

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Una risposta a Il benvenuto.

  1. Alicina ha detto:

    "L’appartamento è questo, ne sono sicuro: sento qualche traccia del mio padrone; sento la sua prole urlare, disperarsi, affliggersi dal fondo d’un cestino targato IKEA"…Anche tu sei stato bambino…!

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