Ricordi innevati

Mi sono sempre sentito un bambino.
Credo.
Non ho mai guardato allo specchio pensando ad un ragazzo adulto, né, tanto meno, a qualcuno di sereno.
Se mi chiedete quale sia il ricordo più vivido che mi passa in mente in questo momento non saprei cosa rispondervi, è tutto un velo confuso di inquadrature ed immagini mai appartenute alla mia testa, una soggettiva che vede me stesso in imprese forse fatte, forse mai avvenute.
A 7 anni mi persi in Svizzera.
Era una settimana bianca, una delle prime che possa ricordare, e io ero un bambino grande, pronto per imparare seriamente ad andare sugli sci.
I miei genitori si dividevano fisicamente e mentalmente tra i miei due fratelli, quattro e due anni rispettivamente, e, per ricavare del tempo libero, mi iscrissero ad una scuola di sci con coetanei.
Io non ho mai sofferto di gelosia per i miei fratelli, o così m’hanno detto, io non ricordo, ma credo che ci fosse un motivo, un motivo per questa assenza di gelosia che vi era in me:
principalmente mi concentravo sul dolore di situazioni che nemmeno io capivo;
un maestro di sci che parlava in italiano, ma che stentavo a capire -no, non lo capivo- perchè l’ambiente era completamente alieno alla mia mentalità, e per quanto mi cercasse di spiegare lo spazzaneve, io mi limitavo a sentirmi solo, con le guance bagnate, circondato da chiome bionde (lo erano davvero, bionde? Nemmeno questo ricordo) di ragazzi sorridenti e già nati sciatori.
Cosa ci facevo lì?
Chi erano tutti questi bambini?
Dov’erano i miei genitori?
Non lo sapevo, e le risposte che mi do ora non mi saziano: sono ancora un bambino.
Come dicevo: mi persi.
Era una tormenta di neve, di quelle infernali che vedi solo nei film, con la gente nascosta dal vento bianco, col freddo raggelante che ti paralizzava le guance e il maestro sciatore -lo stronzo- che se ne va per le piste di sci senza girarsi a guardare. Abbandonandoci uno dopo l’altro.
Come un vero sciatore svizzero.
Io cascai dopo la prima curva e vidi sparire nella nebbia la coda di settenni impavidi.
A questo punto la mia memoria mi trae in inganno:
vidi un orso -un fottuto orso bruno- al ciglio della pista da sci, vicino agli abeti innevati (Erano abeti? Maledetta ignoranza agraria, maledetta memoria).
Era gigantesco.
Gobbo su quattro zampe.
E io lo guardavo.
Mi voltai, come per assicurarmi che fossi il solo ad assistere ad una scena del genere.
Lo ero.
Osservo il culo dell’orso scomparire dietro il bosco innevato: l’unica macchia marrone in quella distesa di bianco venir inglobata dal nulla, lentamente… eternamente.
Gli unici colori visibili in quel foglio ancora da disegnare e da ridefinire nei contorni -come sto cercando di ridefinire i miei ricordi in questo momento- erano quelli della mia cuffia e della mia tuta azzurra (oh, come mi è tornata in mente con freschezza la tuta azzurra, forse unica cosa certa di tutto quello che state leggendo).
Poco dopo essermene rimasto lì, sdraiato nella tormenta, sulla pista, con uno scii staccato, per tanti minuti quanto potrebbero essere una manciata di secondi, sentii chiamarmi.
Mi rivoltai, questa volta per assicurarmi quale fosse stata la fonte del richiamo:
c’era mia zia, nel più sportivo completo da sci, con gli occhialini rossi e i capelli inzuppati di fiocchi di neve.
-Cosa ci fai qui?-
Rimasi in silenzio, a fissarla, con un po’ d’angoscia.
Mia zia non mi era mai piaciuta tanto -cosa tutt’ora vera- a causa della sua voce roca, buia, e del suo carattere tendente allo scontroso, ma in quel momento era fonte di felicità.
L’unica cosa familiare in un quadro bianco, in una distesa di neve, in una caverna di pensieri confusi.
Mia zia mi rimontò lo sci allo scarpone (Destro? Sinistro?) e mi accompagnò per tutta la pista, stando ben attenta al mio tracciato, assicurandosi sempre che non fossi stato inglobato dalla tormenta: potevo essere una facile vittima delle fauci del freddo della neve.
Arrivammo al campo scuola, ritrovai l’istruttore di sci: non si era mai accorto della mia assenza, così come i miei coetanei non si erano mai accorti della mia presenza in quel corso.
Ma bisognava lasciarli stare: parlavano quello che per me era francese, svizzero, tedesco, ma che in realtà era italiano. Insomma: capirli era un’impresa e starli ascoltare una fatica inutile.
Quella mattina, poco prima dell’ora di pranzo, vennero i miei genitori a prendermi, con i miei fratelli, tutti sorridenti e felici.
Non gli dissi niente.
Dell’orso e di tutto il resto.
Niente.
Solo una volta finita la vacanza in montagna saltò fuori l’argomento.
Mio padre era in cucina, mia madre mi guardava con aria sorpresa:
-La zia non è venuta con noi in Svizzera, Francesco.-
Ma io non stavo ad ascoltare: ero convinto che fosse lei, lo doveva essere, altrimenti come mi sarei messo lo sci? Altrimenti come avrei trovato il coraggio di scendere quel foglio bianco in pendenza fino alla vista delle prime case? Altrimenti… altrimenti…. altrimenti…
-Strano, l’istruttore non ci ha mai detto niente. Perdere in quel modo un bambino per le piste, però…-
La discussione si chiuse lì, con quel “però” sospeso nell’aria.
I miei genitori non misero mai in dubbio la mia versione dei fatti, non lo fecero mai davanti ai miei occhi, ma i loro sguardi non tradivano i loro pensieri.
E, in quel corpo di sette anni, devo averlo capito, perchè tutt’ora ricordo lo sforzo che feci nel provare a descriverli il meglio possibile l’accaduto.
Ora sono qui: davanti questo computer.
Non so più nemmeno io cosa sia realmente successo quel giorno di tredici anni fa, in quella tormenta di neve nei monti Svizzeri.
Forse non c’è mai stata la tormenta; forse non c’è mai stato l’orso né la salvatrice sconosciuta dalle fattezze di mia zia; forse le immagini che vedo -ora ancor più- nitidamente nella mia testa sono solo frutto della mia immaginazione giovanile.
Un allenamento della mente in quelle mattinate faticose, assieme a quegli estranei sugli sci, per proteggermi da ciò che non capivo.
O da ciò che non volevo capire.

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3 risposte a Ricordi innevati

  1. maumozio ha detto:

    mi hai ispirato il mio prossimo post!

  2. Rocco R. ha detto:

    Odio l’idea di sciare. Ne capisco la necessità ma non il diletto.
    E odio gli istruttori di sci. O odio gli istruttori in generale.
    Vabbè, odio.

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