Terzo – Critical Mass e sociofobia da inviato

Con 3 giorni di preavviso decido di andare a rivivere un Critical Mass dopo un anno e mezzo di ingiustificata assenza e documentare il tutto mediante attente e studiate osservazioni.
La data prevista per la manifestazione di protesta “pro-biciclette” è il sabato 14 Gennaio alle 16 in piazza Maggiore, sotto il Nettuno.
Poco male, mi dico, ci vado da solo e mi porto dietro pure gli occhiali finti con i baffoni, che se bisogna fare seria manifestazione aggressiva gli occhiali con i baffoni sono una necessità concettuale non indifferente.

Occhiali e baffoni

14 Gennaio 2012

15:40 – Con 20 minuti d’anticipo preparo adeguatamente lo zaino e parto in bicicletta. Il vestiario organizzato per l’occasione comprendeva: canottiera scollata; maglietta a maniche lunghe nera; pile da ricognizione Circolo Polare Artico con cappuccio di lana; giacca – antivento, antipioggia, antiraggisolari, antigrandine e pure antineve – invernale usata solitamente nella settimana bianca; pantaloni di felpa con elastici alle caviglie; calzettoni, quelli pesanti che tanto piacciono alla mamma; scarpe imbottite di qualsiasi materiale isolante possibile; cuffia di finta lana; guanti (neri).

15:55 – Raggiungo la postazione con cinque minuti di anticipo. Prima cosa che dovete sapere sul Critical Mass: l’appuntamento dato per un determinato orario non si dimostrerà mai esatto e, soprattutto, la costruzione complessiva degli avvenimenti vi farà dubitare fortemente della veridicità dello stesso. Ciclisti occasionali mi sfrecciano attorno da ogni parte: i quattro punti cardinali non sono abbastanza per tracciare le loro momentanee traiettorie dandomi l’impressione che fossero lì, ora, per partecipare alla sana manifestazione all’aria aperta, ora, no, ora sì, ora, no, decisamente no. Piazza Maggiore il sabato pomeriggio è un agglomerato di carne nuda e vivente, coppiette sbaciuccose, venditori di cani cinesi capaci di camminare avanti e indietro (i cani) e di rose dalla grandezza di una noce, turisti incoerentemente affascinati dalla bolgia del sabato pomeriggio.
Due signore di mezz’età risiedono ferme nel punto indicato su internet, sotto il Nettuno, assieme ai loro mezzi a due ruote. Mi guardano con complicità, io ricambio con un sorriso dell’angolo della bocca, non mi faccio avanti: l’incognita rimane troppo elevata; troppo il rischio di avvicinarmi a gente estranea al Critical Mass. Me ne sto accuratamente alla larga, circa 6 metri di distanza, sperando di cogliere un loro accenno all’evento ciclistico, ma l’unico rumore udibile è quello proveniente dalle casse del motociclista disgraziato e un tempo famoso per la sua capacità polmonare nel fare esplodere le sacche dell’acqua calda.

16:10 – Un padre di famiglia coi guanti di pelle nera da assassino si avvicina alle signore di mezz’età; dietro di lui ha un seggiolino in cui risiede il figlio (approssimativamente 7 anni); chiede del Critical, le signore annuiscono, lui sorride. Decido di farmi avanti pure io ormai sicuro di ciò che andavo a fare. Loro mi chiedono gentilmente il nome, rispondo col solito mezzo sorriso dell’angolo della bocca, poi taccio. Non trovo nessun aggancio per introdurmi in possibili conversazione, rimango estraniato da quella realtà leggermente alternativa e composta da persone (il cui numero comincia solo ora a crescere) legate fra loro da una comune passione – ed è proprio questa a sfuggirmi nello stesso modo in cui focalizzi mentalmente un termine che non riesci, però, a comunicare verbalmente –, la gente continua ad arrivare aumentando il numero di biciclette appoggiate per terra e si formano cellule sociali di tre/quattro componenti per volta, facendomi sentire, lentamente, sempre più inadatto alla manifestazione in quanto solo e unico interlocutore delle mie annotazioni mentali.
Nota: le signore di mezz’età in realtà ne avevano attorno i 35, vedendole da più vicino si sono mostrate con lineamenti più dolci e meno scolpiti di quanto avevo inaccuratamente osservato.

16:20 – La musica martellante alla nostra sinistra non dà segno di cedere e comincia ad esasperarmi. Dietro di noi, a 60 metri di distanza, prendono possesso di un angolo della piazza uomini pelati con megafoni e bandiere nere. “Fascisti” mi giunge all’orecchio da Giuseppe (poi vi spiego chi è Giuseppe) che viene proprio da lì spinto dalla curiosità: mostra alla sua cellula un foglietto che stanno distribuendo in cui si parlava di una cospirazione mondiale contro la Siria. Tutto questo mi fa pensare a James Bond, trovate voi il nesso, e mi fa ricordare che della Siria non ho mai sentito parlare molto bene, usando un eufemismo, sui loro rapporti umani tra popolo e governo. Giuseppe è l’unico ragazzo (30 anni?) che mi si è avvicinato nell’attesa prima della manifestazione: mi chiede come mi chiamo, mi dice che ho una bella bici, dal manubrio molto raro e di una bellissima lega, e io ne sono grato: sia per la parola che per i complimenti datomi.

16: 30 – Il bambino nel seggiolino dietro al padre con i guanti da assassino comincia a tirargli vistosi pugni alla schiena con la supplica di tornare a casa. Lo capisco: è un freddo assassino e l’attesa sta cominciando ad essere snervante per chi, come me, non aveva alcuna persona con cui ingannare il tempo. Io mi guardo attorno, addocchio tre ragazze illegalmente carine, tre solitarie, e mi innamoro tre volte consecutivamente, alla seconda sarei pronto a chiederle la mano, ma la mia sociofobia mi frena all’ultimo istante. Alla fine anch’esse si accumulano in una cellula di compagni di classe. Stando solo scopro che la mia sociofobia è tale solo se l’ambiente lo permette: dopo un anno di servizio civile non mi dovrebbe far paura più niente, ma in contesti in cui trovo difficile approcciarsi con altre persone mi ritraggo nella mia testa e lì sono fottuto. Non ne vengo più a capo e mi ritrovo a sorridere con l’angolo della bocca per tre ore consecutive, pareggiando lo spessore umano e drammatico di una paresi facciale incurabile.
Intanto la polizia ha fatto sloggiare i pro-Siria con mio consenso interiore.

16:50 – Dopo appena 50 minuti di ritardo partiamo più ciclisti (nel senso spirituale della parola) che mai e con un freddo assiderale alle punte dei piedi; subito alcuni problemi organizzativi mostrano agli spettatori adolescenti del sabato pomeriggio bolognese tutte le nostre debolezze come gruppo di manifestazione da quaranta elementi: la testa che dovrebbe indirizzare l’intero corteo sembra indecisa sul tracciato da percorrere compiendo più svoltate all’ultimo momento e scelte fortemente criticate – personalmente non troppo criticabili – da alcuni simili idealisti. Una volta in sella assieme al gruppo mi rendo conto del grave errore fatto indossando pantaloni di felpa: questi, aderendo sul sellino di gomma, mi portano le mutande alla stretta prossimità dell’orifizio anale, facendomi compiere ogni dieci minuti l’atto di allontanamento mutande > sedere con la punta delle dita e un mio sollevamento sui pedali per agevolare l’azione.

Eravamo poco meno

17:20 – Tutti i ragazzi compiono il loro dovere all’interno del Critical Mass interagendo il meno possibile fra loro. Il freddo e la pungente aria in viso ostacolano la socializzazione, i pochi cori contro il traffico e lo smog sono velocemente liquidati con un insieme di scampanellii capaci di attirare l’attenzione dei pedoni ma non sfiorare la coscienza degli autisti dei “maledetti suv”. Io sto mediamente all’inizio del gruppo, temendo la coda del corteo come la peste: le macchine e i loro clacson dietro alle spalle sono una presenza allarmante e per sole menti solide. Nell’aria non c’è né quell’atmosfera di comune euforia, né di dura e sana provocazione che provavo due anni prima; il mutismo corale viene a volte smorzato da urla simil-indiani, ma nulla di più. La visione di tutte le nostre biciclette messe assieme sono uno spettacolo spassoso e coinvolgente, ma la condizione interiore scatenatomi alle 16 mi priva di una spensierata (e ardita) felicità, lasciandomi solo con la serietà di un inviato per una testata giornalistica in incognito.

17:40 – Scopro, con grande piacere, che il vestiario scelto sta svolgendo bene il suo lavoro, ma questo non impedisce alla mia vescica di soffrire. Il tremolio continuo della sella mi fa gemere dalla sofferenza, ma siamo al centro di un viale a tre corsie e nemmeno per il cazzo che cedo ora.

18:20 – Sono ancora all’interno del Critical Mass. Purtroppo non trovo una postazione adatta per il rilascio dei liquidi di scarto, comunemente detti urina. Il culo comincia a farmi un fitto dolore causato dalla scomodità del sellino. Il buio ci ritrae come piccole lucine bianche e rosse. Giuseppe mi offre del vino rosso: due anni fa l’avrei rifiutato, oggi l’avrei accettato con piacere, ma la sola vista del vino mi accentua la fitta alla vescica; rifiuto sorridendo con l’angolo della bocca.

19:10 – Ci fermiamo a Piazza San Francesco, davanti la Basilica. Siamo sfiancati da due ore buone di pedalate, alcuni di noi si dicono prossimi all’ipotermia, altri hanno ceduto a metà percorso abbandonando il corteo con un cenno di saluto misto rassegnazione, io, non riuscendo più a delineare il confine tra sociofobia e normale interazione tra persone comuni, l’unica cosa che riesco a mormorare è un interrogativo “Una birra? Ma qui a nessuno scappa da pisciare?” scatenando ilarità in Giuseppe. Già gli voglio un bene dell’anima assegnandogli il gravoso compito di simbolo del Critical Mass 2012. Pian piano il gruppo si sfalda in cellule minori, io me ne vado sentendomi un poco più solo di quanto fossi stato prima dell’evento e con il disperato bisogno di un bagno.

Alla fine gli occhiali con i baffoni non li ho nemmeno usati.

Per l’intero pomeriggio mi sono ritrovato a fischiettare questo motivetto:

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