Quarto – il racconto[*]

-Ho un ago in un dito.
-No, lei non ce l’ha.
-Le dico di sì.
-Mi faccia vedere.
-Qui…
-No, non ha assolutamente niente.
-Ha guardato bene?
-Sì, benissimo.
-È da due settimane che mi punge.
-Non so che dirle, qui non vedo niente e… Pure tastandolo, sente? Lei ha un dito sanissimo.
-Bene… Occhei, la ringrazio.
-Arrivederci e torna da me per qualsiasi altra cosa, non so… Un’ematuria? Una pielonefrite? Una piuria?
-Sì…
-O anche una urobilina! Un’albuminuria! Una porfiria!
-Arrivederci.
-Una mellituria!!
Esco dallo studio del dottore piuttosto provato, tenendo stretto l’indice destro.
-Speriamo che non mi caschi…
Ho in mente la parola “ematuria”, credo sia stata la prima patologia nominata dal dottore. Sono curioso di cosa si tratti.
Vado a casa e controllo su internet: è una malattia della vescica, quando l’urina ti si colora di rosso a causa di una percentuale di sangue in essa. A questo punto sono felice di non ricordare tutte le altre parole.
Perchè dovrei soffrire di ematuria? Non piscio mica dal dito.
“…io ho un ago nel dito, non nell’uretra!”
“Senti, Frencis, ho da fare, il dottore avrà dato di matto, io lo cambierei se fossi in te, ora scappo, chiamami per qualsiasi altra cosa. Più sensata, per favore.”
“Sì, scusami d’averti disturbato al lavoro Paolo.”
“Ciao.”
“Ciao.”
Incredibile, il dottore ha dato di matto, incredibile.
Rimane che il dito mi fa un male lacerante, dove ho messo la lente per i francobolli?
Non è possibile che non ci sia nulla: uno spino, una scheggia, un vetro…
Il dito rimane inerme sotto il mio attento e certosino controllo, non vedo nulla al di fuori dei solchi dell’impronta digitale. Mentre risistemo la lente mi viene in mente che l’ago potrebbe essersi nascosto tra le pieghe dell’impronta digitale, in una zona d’ombra.
Non è impossibile, mi dico.
Ho visto accadere cose più strane in questo mondo.
Sono quasi le 17 e devo andare a prendere Simone sotto casa, gli avevo promesso un passaggio fino in stazione.
Scendo in strada sperando ci sia ancora la macchina: una volta me la portarono via quelli dell’hera. Fu uno shock non trovare la macchina nel solito posto. Quando andai a ritirarla mi dissero che l’avevano scambiata per un rifiuto speciale.
“Ma quale rifiuto speciale?!” Gli risposi. “Non riuscite a distinguere una dannata punto da un mobile putrefatto?!”
Loro boccheggiarono senza proferire parola, era evidente fossero in imbarazzo per il disagio causato.
“Portatemi dalla macchina, su, da bravi.”
Quando mi accompagnarono sul posto mi accorsi non c’era nessuna dannatissima punto.
Solo un cubo sregolare di metallo. Un cartoccio bluastro.
“Ecco… ehm… la sua auto.”
“Mi state prendendo in giro?”
“Penso sia inutile dirle che ripagheremo qualsiasi danno.”
“Ditemi che mi state prendendo in giro.”
Inizialmente chiesi come risarcimento un loro camion della spazzatura, non m’importava se dell’indifferenziata, plastica o cartone. Anche l’umido andava bene. Ma lo volevo subito.
Loro, gentilmente, mi fecero notare quanto fosse difficile guidare quei bestioni per le vie più piccole e scomode del centro.
In effetti era vero.
Ma io volevo subito un macchina, non importava quale.
Andò per una momentanea ape, giusto da permettere di spostarmi lungo grandi distanze, poi mi presero una panda a metano.
Sono sotto casa di Simone alle cinque e tre di pomeriggio.
Esco dalla macchina e suono al campanello.
Attendo qualche secondo, quelli che bisogna far scorrere tra una suonata e l’altra, e risuono.
Mi appoggio sul tettuccio della panda col gomito e mi guardo attorno schioccando la lingua tre o quattro volte.
Simone, ma dove cazzo sei?
Guardo l’orologio che porto al polso: cinque e sei.
Cerco di immedesimarmi in lui: starà scendendo le scale dopo aver controllato all’ultimo d’aver tirato giù tutte le saracinesche e aver chiuso gas ed elettricità. Ma, come al solito, si è dimenticato i biglietti del treno in camera: appoggia tutti i bagagli nel pianerottolo e riapre la porta, non c’è luce, quindi si fa avanti con lo schermo del cellulare, girando l’angolo della cucina inciampa e casca di testa sfondando la mensola con la collezione di gufi in miniatura, si rialza sentendosi pulsare incessantemente la testa, decide di non farci caso, tutto il casino per terra lo risistemerà al ritorno, ora servono i biglietti, al completo buio cerca a tentoni il cellulare, quando pensa d’averlo trovato si accorge di essersi appena appoggiato con la mano sopra uno dei gufi di vetro frantumati, urla di dolore, poi impreca solo dio sa cosa, e sbraitando si stacca dal palmo i cocci di vetro, muovendosi più cautamente e tenendo davanti a sé il cellulare con grande effetto teatrale riesce ad arrivare alla camera da letto, davanti al letto c’è la scrivania debolmente illuminata da un raggio di luce filtrato dalle saracinesche di legno, finalmente riesce a prendere in mano i due biglietti, con ancora la testa pulsante ripercorre al contrario l’insidioso percorso casalingo fino ad arrivare alla porta, con accuratezza la richiude e, trionfante, si volta verso i bagagli.
Ora un bivio: o non ci sono più i bagagli o scopre di non aver preso i biglietti, ma soltanto le lettere con i soldi per la vicina che si prenderà cura delle piante.
In entrambe le occasioni c’è una sola risposta psicofisica: il cedimento delle gambe con rotazione dei bulbi oculari verso l’alto. Dalla testa, in prossimità della fronte, una squarcio pompa sangue sul pianerottolo in una plateale cascata splatter giù per le scale.
Mi risveglio dalla trance visionaria.
Sono le 17:16 e Simone non si è ancora fatto vivo.
Risuono altre quattro volte prolungando sempre più il tempo prima di staccare il dito dal citofono.
Nessuno mi risponde.
Starà dormendo.
Lo cerco sul cellulare: è staccato.
In casa parte la segreteria.
Non ci posso credere, la mia trance visionaria m’ha portato davvero dinnanzi la realtà?
Simone sarà davvero disteso sul pianerottolo, svenuto e circondato da un lago del suo stesso sangue?
Mi chiudo in macchina e comincio a sbatacchiare le punta delle dita contro il finestrino del conducente, osservando con vivo interesse il portone del palazzo.
Non succede niente per altri quindici minuti, decido di allontanarmi, si rifarà sentire lui più avanti, io ho già un ago nel dito a cui pensare, non me ne può importare del suo treno.
Che si arrangi.
Non sono nemmeno sicuro sia vivo, ma cosa ci voglio fare?
Ci penserà un vicino di casa, dio santissimo, devono spettare tutti a me i compiti difficili?
Io, quello di portarlo in stazione, era un favore che gli facevo, se non è sceso in mezz’ora significa che non ha bisogno di me. Punto.
Prima di tornare sotto casa decido di farmi un giro per il centro. Parcheggio a pochi chilometri da casa mia e mi avvio sotto i portici a piedi, con un peso allo stomaco: i lavori svolti a metà mi mettono a disagio, mentre cammino provo a richiamare Simone, questa volta mi dà numero inesistente.
Questo sì che è strano.
Mi basta non pensarci e tutto si sistemerà da solo, ora devo passare in libreria, se ricordo bene dev’essere uscito qualcosa sui mondi virtuali, ne ho letto bene in alcuni blog.
Svolto un angolo e per poco calpesto un barbone seduto con le gambe incrociate su un cartone e coperto parzialmente da un pile verdognolo.
-Mi scusi.-
Faccio un cenno con la mano sperando di non scatenare nulla d’insolito nell’animo del disgraziato e comincio a camminare più velocemente.
-Ehi!-
Eccolo che mi chiama, mi giro a causa dell’abitudine, un’azione automatica della testa.
Il barbone – stempiato, naso rosso, barba vistosa ed occhi vivaci – mi fa segno del numero otto con le dita, quattro in una mano, quattro nell’altra.
Non capisco cosa stia a significare, ma rallento.
Mi dice di avvicinarmi, ha qualcosa per me.
Non sembra arrabbiato, qualcosa nella voce m’ispira fiducia: mi avvicino. Quando sono abbastanza vicino mi dice:
-Cosa c’è che non va?
-Scusi?
-Cosa c’è che non va?
-Io… Non penso d’aver nulla che non va. Se sta parlando… Non volevo calpestarla, non l’ho fatto apposta.
-Non parlo di quello, sto dicendo che hai una faccia sofferente.
-Ho la faccia sofferente? Non sono sofferente. Non… Che ha la mia faccia?
-Dammi la mano.
Gli porgo la mano sinistra.
-L’altra, l’altra mano, su.-
Mi afferra per il polso e, sbarrando gli occhi come un indemoniato, un indemoniato dagli occhi verdi, trema e mormora versi soffocati dalla bocca chiusa. Dall’indice mi sfila, accuratamente e con precisione millimetrica, un ago dallo spessore di un capello.
Se lo porta davanti al naso e apre la bocca.
Io sono esterrefatto.
Esterrefatto, vi dico.
-E questo? Non ti faceva male, questo?
-Diavolo… Sì, sì che mi faceva male. Io lo sapevo che c’era un ago. Ne ero sicuro. Un dannato ago.
-E perchè non te lo sei tolto?
-Ma… Signore, con tutta la mia gentilezza, come potevo togliermi un ago che sentivo ma non vedevo?
-Era nascosto tra le pieghe delle impronte digitali.-
L’angoscia dei miei pensieri prende il sopravvento ad ogni possibilità di risposta, la sensazione di aver avuto sotto gli occhi, nei meandri della mia mente, la via d’uscita a quel dolore per tutto questo tempo mi fa sentire un completo idiota, a volte si ha la sicurezza della perfetta conoscenza del proprio corpo e dei propri pensieri, ma la lucidità del mondo esterno non compiace la sicurezza interiore, anzi la brucia, la impone sotto la conoscenza corale della massa.
-È così?- Gli chiedo.
Lui scrolla le spalle e sussurra.
-Pensaci, e passa domani. Sempre qui. Io ci sarò.

Il giorno dopo tornai.
Gli dissi che avevo pensato in quei due giorni, e che, sì, ero pronto. Lui mi chiese come avessi potuto pensare per due giorni se c’eravamo visti quello prima, di pomeriggio. Io non seppi cosa rispondere. Mi fece paura in quel momento.
“Non deludermi.” Mi disse ancora.
Da questa frase in poi non avrò più scampo per sei mesi, pensai.
Come avrei fatto a non deluderlo?
La paura avrebbe dominato la mia vita?
La paura di non deluderlo?
Mi abbandonai a me stesso.

[*]: Questo racconto l’ho scritto in sei giorni diversi, tutti tra l’una e le due di notte, nel momento esatto in cui la testa si sente profondamente leggera dall’inevitabile ed imminente sonno.

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2 risposte a Quarto – il racconto[*]

  1. Andrea Dévis ha detto:

    Mi piace un sacco quel momento in cui la testa sta per cedere al sonno. Anche io ho spesso tratto da quei momenti idee e spunti interessanti.
    Ciao!

    • zanzathedog ha detto:

      Ciao! E, prima di tutto, un sommo grazie per il tuo commento! 🙂
      L’attimo esatto prima del sonno è un prezioso messaggero di idee, l’unico problema è trascriverle senza intaccarle dal possibile risveglio (questo tende a chiarirmi i pensieri e mostrarmi le idee come un’accozzaglia di cavolate) o trascriverle e basta (“lo faccio domani…” il giorno dopo: amnesia completa) 😀

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