Quinto – Pasto Nudo, ovvero, la crociata alla Sigep

Riesco a recuperare due biglietti per la Sigep, “33simo Salone Internazionale Gelateria, Pasticceria e Panificazione Artigianali” – citando i biglietti stessi – a Rimini.
Una fiera dalle dimensioni spaventose.
Mi dicono sia un’ottima occasione per assaggiare qualsiasi gelato possibile e dare un’occhiata al mondo alimentare più ghiotto… <<Si sa… Se hai intenzione di finire lì a lavorare è meglio rendersi conto fin da subito della realtà a cui andrai incontro…>> Così mi dicono.
Io, rispondo, non ho intenzione di perdermi questa occasione: mangiare a sbaffo e riempirsi di zucchero il sangue potrebbe essere un sogno.
Ho bisogno di un fotografo per fare le cose in grande.
Lo rimedio in poco tempo, un giro di sms e sono pronto
Questi sono gli appunti che ho preso.
Ecco la mia testimonianza cartacea, senza alcuna correzione, solo e soltanto la realtà catturata dai collegamenti sinaptici che mi riempono la testa.

PASTO NUDO

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Partiamo alle otto e trentacinque dalla stazione di Bologna, arriviamo alla fiera attorno le nove e quarantacinque. La gente ha già iniziato ad entrare. Noi seguiamo la massa.
Grazie ai nostri biglietti scansiamo le file più fastidiose e siamo dentro in un batter d’occhio.
Il fotografo mi fa notare che siamo gli unici, nell’area di tre chilometri quadrati, a non aver una mappa degli stand.
Le cose cominciano già a farsi interessanti, gli unici due coglioni vestiti casual sono pure senza mappa: vagheremo per l’intera giornata senza riferimento alcuno, anime in pena senza meta.

401520_3050966684259_384811026_nIl sole mattutino ci accoglie con gioia

9:58 – Siamo nei pressi della Fabbri1905, un loro dipendente ci chiede se abbiamo bisogno di qualcosa. Credo sia stata la professionalità con cui il fotografo porta la sua macchina, o io il mio taccuino[1], ad averlo attirato. Gli rispondiamo di sì: ci serve una mappa. Con un largo sorriso dice che potrebbe averne una: non dobbiamo muoverci. Scompare per pochi secondi, poco dopo lo vediamo tornare con la sacrosanta mappa e ci invita ad affidarci al suo collega, poco più avanti.
Ecco che parte il nostro primo tentativo d’infiltrazione.
<<Siete dei produttori o gelatai? Di che gelateria siete?>>
Il fotografo rimane zitto, io sono un po’ perplesso. Non posso perdere tempo: stare in piedi con faccia interrogativa potrebbe rovinarci la copertura.
<<Siamo di una testata giornalistica per ragazzi: “Pasto Nudo”>>
Sia benedetto William Burroughs e la mia prontezza ad inventarmi cazzate.
L’uomo della Fabbri ci fa subito accomodare alla presentazione dei loro prodotti lievitati con “Amarena Fabbri”, riservata a produttori e gelatai, in caso straordinario – il nostro – pure ai giornalisti. La sua gentilezza è accomodante e venata da serietà professionale. Ci vendiamo per una mappa, in cambio loro ci impongono d’assaggiare i loro croissant decorati con marmellata e zucchero a velo.
Ci guadagniamo su tutti i fronti.
Rimediamo una colazione ascoltando lo chef Federico parlare dei loro, a quanto pare ottimi, prodotti. L’abuso da parte dello chef della parola “lievitazione” mi fa venire in mente il loro croissant gonfiarsi lentamente nella mia pancia.
L’esplosione potrebbe essere imminente.
La marmellata fatica a scendermi per l’esofago, la fisherman mangiata poco prima non aiuta l’azione infiammandomi la gola, unico scenario delle mie percezioni gustative concentrate a scrivere un ottimo pezzo giornalistico.
Linda, ragazza immagine come ne vedremo tante nell’arco dell’intera giornata, ci porge un foglio da compilare con tutti i nostri dati. I campi da compilare sono dello stile “Ditta”, “Occupazione della ditta”, “Sede principale”… Scrivo velocemente calunnie con un sorriso imbarazzato. Intanto il fotografo fa il suo lavoro con disinvoltura e grande professionalità. Finito di scrivere porto la scheda ad una signora di mezz’età, anch’essa decorata con cordoncini marchiati “Fabbri1905”, mi ringrazia con un dolce sorriso e mi sussurra che la penna posso tenerla. Sta cercando di comprarmi? Non lo so, ma rifiuto la proposta, ho già il mio materiale.
Ci allontaniamo, con nostra misericordia, un po’ insoddisfatti dell’assaggio.

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395990_3050970924365_1550088397_nLa vittima

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10:25 – Ci avviciniamo alla Carpigiani, questa ci attira con grandi vetrine ricolme di gelati dagli svariati colori. Non notiamo nessuna offerta d’assaggi, ci sentiamo offesi. Non so voi, ma una ditta che mostra senza offrire è indegna della nostra più completa attenzione. Un cicciotto al microfono parla eccitato: secondo il suo dire hanno la “vetrina del futuro”.
Megalomani.
Il fotografo, intanto, mi fa notare che non ci sono casse. Casse su cui battere lo scontrino: non una in tutta la fiera. Cosa starà a significare? Tutto quel ben di dio in bella mostra è gratuito? Pronto per essere assaggiato? Non lo sappiamo.
Nota: ci sono giapponesi ovunque.

397793_3050971364376_1515583452_nLinda e una sua amichetta di cui ignoro il nome

10:35 – Siamo nello stand della Mec3, riusciamo ad ottenere un gelatino più simile a quelli confezionati che a quelli sanamente artigianali – cavallo di battaglia di tutti i produttori della fiera.
Questo posto mi rimarrà in mente per alcune, focali, cose: la figura del rocker fallito che, con grande disinvoltura, si mangia un orrido gelato tra un colpo di batteria e l’altro[2]; la base in legno; gli addetti dai cordoncini marcati “Mec3” incazzosi e dalla dubbia pronuncia inglese; l’assenza quasi totale di cestini in cui buttare i bastoncini di legno del gelato.
Il fotografo mi dice di ricordare le parole chiave “San Diego”, io eseguo.
Nota: gli spaghetti di gelato sono una cosa immonda e mostruosa. Solo americani, o tedeschi, potevano inventarseli.

399911_3050976364501_1441720097_nIo e il fotografo ci confondiamo tra gli imprenditori

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399976_3050977084519_264262038_nImmondi

10:50 – Passiamo davanti a vetrine evidenziate dalla scritta in maiuscolo “Future Design”[3]. Sono visibilmente gelati da NON mangiare, di ultima generazione, ricercati quanto proibitivi. Proibitivi nel vero senso della parola, non si riuscirebbero nemmeno a versare dentro le vaschette.
Nota: un gelato alla menta decorato con spruzzi di cioccolato e un uovo di pasqua spaccato a metà contenente una sveglia verde funzionante. Ecco cosa intendevo per “proibitivi”.

406851_3050977364526_1053073050_n“Proibitivi”

11:10 – Andiamo dall’Eraclea. Noto degli specchi posti sulla postazione delle crêpes: mostrano i movimenti veloci, atletici e professionali della ragazza che ne sta preparando una. Purtroppo la piastra non è abbastanza calda e la crêpes viene di merda.
Ci spostiamo. Ci passa a fianco una sfilata militare tra cui noto anche Marky Ramone, il batterista/sponsor della Mec3. Ci ha camminato a un metro di distanza ma il fotografo sostiene di non averlo visto.
Microfoni tutt’intorno ripetono la parola “leccornie” dicendo ovvietà sul gusto dei loro[4] prodotti e sulla bontà del cibo, del pane e della pasta; mi sembra di essere finito in un film di Lynch in cui niente ha apparente senso, l’apparenza del non-senso nasconde qualcosa di molto più profondo.
Nota: la tipa dei ravioli che parla da sola.

396089_3050978484554_2008618399_nLa rovina di un’ottima crêpe

11:25 – Siamo a vedere la Coppa del Mondo del Gelato. Maiuscole così poste. La conduttrice della competizione, una signora bassa, tarchiata e dai capelli grigi/argentati, evidenzia col microfono che “qui non si scherza, ma si può comunque ridere”. Il Giappone cattura subito le mie simpatie forte della sua supremazia numerica tra il pubblico (non numeroso); gli spagnoli deludono con una scultura di ghiaccio scontata (un pesce); l’America è costretta ad espellere dal proprio box un loro componente che, per le sue fattezze, io e il fotografo denominiamo subito Moby Dick, associandolo al capolavoro letterario.
La conduttrice parla di assaggi, ma qui nessuno mangia.
Gli scultori di ghiaccio, fradici, continuano a lavorare con seghe elettriche circolari facendo partire ovunque schegge e fuochi d’artificio d’acqua.
La conduttrice spara tre battute da cabaret di periferia. Noi ce ne andiamo.
Nota bene: poco dopo mi assolvo dal mio gravoso compito principale: intercettare e ringraziare chi ci ha fornito i biglietti.

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406822_3050983244673_497764069_n“Non c’è nulla da fare, bisogna amputare il braccio”

398438_3050988204797_889250455_nIl nostro eroe americano: Moby Dick

12:15 – Torniamo dalla Fabbri1905, dove, noto, gli impiegati chiamano le colleghe per capigliatura o colore dei capelli, “Mandami due bionde!”, questo per accogliere le fantasie dei clienti imprenditori e i loro più ossessivi voleri. In questo modo venderanno di più? Le aspettative degli acquirenti sono davvero nel colore dei capelli delle ragazze immagine?
Prendiamo due granite al mango. Secondo il fotografo queste – le granite, sottolineo – cantano “oro, oro, oro!”. Dopo due sorsi il gusto troppo invasivo e soffocante nausea la bocca fino a saturarla. Assaggio il gelato allo zucchero filato. Questo è semplicemente disgustoso, sembra di mandare giù caramello freddo; mi basta un cucchiaino per chiedere pietà.
Unforgettable sweet memories…” cita il cartellone che sponsorizza questo gusto. Sicuramente sarà indimenticabile, questo dolce ricordo.

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12:40 – Oltre ai vari assaggi, la zona della fiera dedicata al vero e proprio riempimento della pancia – bar vari – è in mano a strozzini dal dubbio codice morale. I tavoli su cui mangiare sono mal disposti, giganteschi eppure quasi sempre occupati da una sola coppia, non si liberano mai e ci costringono a mangiare fuori dagli stand. Continuo a vedere ovunque asiatici, sempre sorridenti. Io rimango perplesso da ciò che offre la fiera. In bocca il sapore del gelato allo zucchero filato mi ribalta lo stomaco.
Nota: al momento sono circondato da fumatori.

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13:00 – Il fotografo apre la Coca Cola da €3,4 con solennità. La libidine della sorsata esplode in un fragoroso “AHHHH!” degno delle migliori pubblicità. Nuvolette di condensa gli escono dalla bocca enfatizzando il solenne momento.
<<Una bottiglietta d’oro>> mi mormora, perplesso dal prezzo sborsato per bere.
Nessuno ci chiede più chi siamo. Delusione totale.
Il mio alibi, la mia doppia identità da giornalista, non serve più, è inutile. Dobbiamo aver cannato nel vestiario: troppo poco serio per attirare l’attenzione.

13:25 – Di fronte lo chef Martin, che compie delicate gocce di rugiada sulle rose di panna, i vari Scilipoti[5] presenti alla conferenza continuano a voltarsi con movimenti impercettibili dei volti verso le due puttanone adulte, dalla bellezza paragonabile solo alla pericolosità dei tacchi indossati. Pellicce vistose e rossetti afrodisiaci inducono in peccaminosi pensieri e fanno sbavare gli imprenditori che, ormai, non riservano più alcuna attenzione per le sculture di panna dello chef Martin.

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13:45 – Stiamo ascoltando l’inglese maccheronico di un cuoco mentre prepara una crema al vino bianco con uva passa. Ci sorbiamo tutta la lezione solo per il fatale assaggio: a nessuno dei due piace. Ci spostiamo. Il fotografo mi fa notare che le ragazze del Belgio sono “bone”, io lo scrivo.
Il fotografo mi fa anche notare la grande possibilità per il sottoscritto di svegliarsi coi denti sul cuscino a causa degli sbalzi termici a cui ho sottomesso la bocca: sto mangiando un waffle al caramello dalla temperatura “di Sirio”[6] mentre tre minuti fa ho ingurgitato una vaschetta di gelato al limone. Il dolore che provo per i molari mi impedisce di dargli torto.

395762_3050990524855_215335148_n“Alla temperatura di Sirio” recita il cartellone

14:20 – Siamo riusciti a prendere un posto tavolo grazie all’agilità del fotografo. Dobbiamo discutere su come tornare a casa: non riuscirei a resistere altre tre ore qui dentro. La fauna si colora di borghesi in giacca e cravatta, tutti con cartelline di cuoio, biglietti da visita, dépliant di macchinari costosissimi e grossi quanto due frigoriferi, montblanc con cui prendere appunti sui tempi di cottura delle creme pasticciere. Tedeschi stempiati scambiano numeri telefonici con tutti gli chef della fiera, calabresi inveiscono contro le ragazze immagine troppo lente, giapponesi si siedono in comode poltroncine a concludere contratti per l’importazione di cucine ad alta tecnologia; tutto con la serietà di “produttori”, con la compiacenza di possedere un’azienda su cui poter contare.
Sotto quest’aspetto io e il fotografo valiamo niente, e la nostra copertura giornalistica ancora meno: non abbiamo assegni in tasca e la gente ci guarda passandoci attraverso, potrei infilarmi dentro una vaschetta di gelato alla vaniglia urlando come un avvoltoio ma nessuno se ne accorgerebbe.

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14:35 – Abbiamo ancora 86 minuti da aspettare prima del primo treno di ritorno: abbiamo mangiato tutto il mangiabile, bevuto il bevibile, osservato le migliaia di strepitose ragazze immagine; non ci resta che attendere e sperare in una quieta intestina; sperare che il gelato lì rimanga, senza fare oscuri e di poco gusto scherzi.
Per ingannare il tempo comincio a fantasticare col fotografo sulle doti di una tedesca del tavolo di fronte: mora ma col taglio corto, occhi azzurri, labbra carnose, fianchi e bacino rotondeggianti, unica pecca: un lieve doppio mento. Altri tedeschi si siedono al nostro stesso tavolo senza chiederci nulla, hanno una capigliatura indefinibile ed orecchini “particolari”. Mi guardano con curiosità scrivere, ogni volta che alzo la testa loro abbassano gli occhi sui loro arancini ripieni di prosciutto cotto e mozzarella. Mentre parlano l’unica parola che capisco è “occhéi”; sembriamo due coppie di amici maschi messi lì per parlare di come stia andando la fiera.
Nota: fortunatamente le loro figure non mi coprono la vista della morettina dagli occhi celesti.
Nota bis: voglio evidenziare il fatto che al Motor Show le ragazze immagine siano più volgari, più tamarre, meno affascinanti e più sfacciate. Qui i gusti di donne tendono ad una elevatezza comportamentale – piuttosto visibile nella delicatezza dei movimenti – tale da appagare il livello altamente chic dell’evento.

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15:05 – Ci alziamo dai tavoli. Noto tre armadi dall’accento romano avviarsi, spintonandosi fra di loro e ammiccando con spavalderia animale, verso una ragazza dagli altissimi tacchi a punta. Uno di loro ha una tasca[7] sul pacco. Non credo ai miei occhi. La mia mente scheggia verso immagini rivoltanti, interrogandosi se il buco sia a diretto contatto con le mutande o meno. Il fotografo non ci fa caso.
Nota: un branco di Scilipoti si mostrano a vicenda le custodie dei loro iPhone. Sono tutte o dorate o argentate.

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15:35 – Siamo appena usciti dal “Salone Internazionale”. Uno sguattero[8] ci ferma, vuole venderci braccialetti di cuoio. Io non ho mai indossato un braccialetto in vita mia, lo stesso dicasi per il fotografo. Propongo a quello che scopriremo – a suo dire – essere un galeotto, di dargli un euro e non comprare nulla, lui sembra non capire e ci dice che il materiale gli costa di più di un euro. Dopo parecchi minuti di sorrisi imbarazzati e silenzi colmati solo dalla smania del galeotto di venderci qualcosa, gli smolliamo €1,5 e scappiamo verso la stazione.

Come non era il galeottoCome non era il galeotto

15:45 – Il fotografo, aspettando il treno, accenna ad un pediluvio che lo sta aspettando a casa, queste parole attirano l’interesse di un signore sulla sessantina che se ne esce con la scomoda frase “però devi farti anche una doccia!”. Intraprendiamo un cammino di perspicaci affermazioni su quanto sia lontana Bologna e faticoso stare in piedi per tutto quel tempo.

15:56 – Arriva il treno, scendiamo a Rimini.

16:10 – Aspettiamo a Rimini il treno per Bologna. Due anziane russe si siedono dietro di noi, in una panchina di 15 centimetri quadrati, e partono con uno straziante coro di “vagabonchov” e “stronzio” finendo per far impazzire il fotografo.

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15:15 – Saliamo sul treno con mezz’ora d’anticipo, ogni volta che alzo gli occhi verso il finestrino mi sembra di vedere il vagone muoversi avanti e indietro. Lo mormoro al fotografo mentre cantilena “vaganbonchov, vagaboncià”, lui mi risponde con le parole “devi darti una regolata”.
Per far passare il tempo stendiamo una lista di ciò che abbiamo mangiato alla fiera:
-brioche con marmellata;
-palla di gelato su stecca;
-gelato alla vaniglia;
-cono gelato tedesco immangiabile;
-3 yogurt con cioccolata fusa o marmellata;
-caramella gommosa;
-vaschetta di gelato “a gettone”;
-3 cucchiaini di gelato;
-granita al mango;
-una cannuccia al wafer e cioccolato;
-waffle caramellato;
-arancia candita ricoperta di cioccolato fondente;
-cioccolata calda;
-crema fredda al caffè;
-vaschetta di panna montata;
-un arancino di ragù e piselli (solo il fotografo);
-crema di vino bianco e uva passa.
Osserviamo che lo zucchero ci uscirà dai bulbi oculari se continueremo a ingoiarlo fino a stasera.

407342_3050976884514_1379871896_nPoche cose che non abbiamo assaggiato

16:25 – A metà viaggio salgono sul nostro stesso vagone due signore ripugnanti, fricchettone e di mezz’età assieme a due ragazze messicane cariche di sporte e bagagli. Si siedono di fianco a noi, nell’altro lato del treno, e cominciano a guardarci. Sono sicuro di questa dichiarazione seppure stessimo dormendo al momento della loro entrata in scena perchè mi sono svegliato che lo stavano facendo. Tutte e quattro. Con vivo interesse. Poco dopo iniziano a trafficare con bracciali di conchiglia e anelli di legno. Le signore italiane vogliono comprare, ma a prezzi irrisori, contro il volere delle messicane. La boss messicana (dall’età indefinibile tra i 17 e i 19 anni) si chiama Amanda e sembra conoscere le fricchettone da una vita. Non capisco se si sono date più volte appuntamento su questo treno per comprare/vendere braccialetti, collane e anelli. Dopo due o tre screzi sul prezzo si decidono per €16 – due bracciali e tre anelli – e “non se ne parli più!”. Terminate le trattative in buona pace di tutti, pure mia e del fotografo, le quattro riprendono ad osservarci. So che la fricchettona italiana in menopausa, quella con gli occhiali, lo stava facendo in mia imbarazzata direzione già da 20 minuti, ma tutte e quattro sono qualcosa di soffocante.

16:45 – Finalmente si fanno avanti: ci chiedono se vogliamo comprare qualcosa. Noi, scioccati dalla precedente esperienza col galeotto, rifiutiamo.
Nota: secondo il fotografo ci stanno ascoltando. Quindi dobbiamo parlare a bassa voce, sussurrando.

16:55 – La nostra attenzione in loro direzione si fa più acuta quando Amanda, la boss messicana, accenna ad un “casino” commesso poco tempo fa. Io e il fotografo stiamo fremendo dalla curiosità e tendiamo l’orecchio con fare indiscreto, abusando del riflesso del finestrino per avere un contatto visivo oltre che uditivo.
Ma prima… Amanda.
Amanda, mentalmente sta prendendo le fattezze di una spietata narcotrafficante, leader di spacciatrici solo donne e amazzoni; Amanda è una donna d’affari il cui lavoro da venditrice ambulante è solo una copertura, una maschera sotto cui si cela prostituzione e droga. Una regina dai meravigliosi capelli corvini che troneggia sul proprio impero di criminalità organizzata.

Più o meno così Più o meno così

O forse no.
Riprendendo: il “casino commesso poco tempo fa” è aver menato il proprio fidanzato strappandogli i capelli.
Come dicevo: SPIETATA.

17:10 – Arriviamo a Bologna. Entrambi siamo provati ma divertiti. La natura ci impone di correre a casa per rilassare i muscoli intestinali messi a dura prova nella mattinata.

Questo è tutto.

Note di fine pagina:
[1]: taccuino di compresse effervescenti al ferro gluconato: ricordo d’infanzia e, per la prima volta nella mia vita, usato consapevolmente per qualcosa di semiserio.

[2]: la campagna pubblicitaria della Mec3 si appoggia interamente su questa losca figura fallendo su tutti fronti. La pubblicità si basa su un improbabile concerto tenuto dal rocker fallito, purtroppo le comparse che compongono il pubblico – del concerto – sono di un numero irrisorio e cercano di coprire il difetto (basato sulla minoranza) agitandosi come matti e urlando frasi d’amore per il cinquantenne capellone batterista mangiatore di gelati a cono. Si sfiora il surrealismo.

[3]: o qualcosa del genere. Purtroppo vado a memoria.

[4]: “di loro” chi? Non lo so nemmeno io.

[5]: non ho trovato altro termine dalla stessa efficacia narrativa per descrivere gli innumerevoli imprenditori tracagnotti, stempiati e ben vestiti che abitavano la fiera.

[6]: cit. fotografo.

[7]: come quelle che si trovano nelle felpe dotate di cappuccio.

[8]: la prima parola che m’è venuta in mente vedendolo arrivare in nostra direzione, non rispecchia la sua vera essenza.

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4 risposte a Quinto – Pasto Nudo, ovvero, la crociata alla Sigep

  1. johnnystecchino ha detto:

    Perché non una fiera di braccialetti su un treno? Magari diretto in Messico?

  2. arielisolabella ha detto:

    mi e’salito il glucosio nel sangue solo a guardare il posttttttttttttttt!!!!!!!!

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