Sesto – L’editore

“La solitudine che mi circondava era un’opprimente ombra dalle dimensioni della mia mente. Era tutto racchiuso lì, la differenza tra me e la gente che stava al di fuori era strettamente concettuale.
Io odiavo, sì, lo ammetto. Odiavo ed odio ancora, come non ci fosse mai fine.
La fine è un atto di redenzione, un lusso che non posso, non voglio, permettermi.
Vedo persone, persone che mi stanno vicino, che dicono di amarmi, ma non è così. Non lo è mai stato.
Provo un senso di colpa da quando sono apparsa nel mondo, un senso di colpa che ho sempre scacciato con un sorriso amaro di disapprovazione verso me stessa.
Sii forte!
Sii coraggiosa!
Sii te stessa!
Sii ciò che ti appartiene senza provare vergogna!
Sii all’altezza delle difficoltà che la vita ha voluto affidarti!
Ma si può, mi chiedo, essere tutte queste cose, quando si è pure sola?
Perché è così che sono sempre stata: sola.
Le lacrime che mi solcano il viso, invisibili ad occhio altrui, non termineranno mai nel loro atto di disperazione.
Io odio; un odio feroce, un odio di repulsione: non è in questa razza che mi identifico, non qui, non con questa gente.
Un cerchio di conoscenti mi stringe sempre più, fino a soffocarmi in sorrisi ipocriti e narcisisti, nessuno vede al di fuori del proprio corpo, a nessuno interessa chi sono in realtà io, cosa penso, perché vivo… e intanto io sto morendo.
La verità è che odio me stessa.
Mi odio, e ho paura di non sapermi più svegliare da questa maledizione, maledizione che al mio interno si cela.
Basta, oh lacrime, fermatevi!
Le mie guance non meritano la vostra misericordia.
Non posso commiserarmi, unica testimonianza delle mie debolezze, non posso nutrire questo beneficio a chi per anni m’ha trascurata come fossi un’anima invisibile e insensibile alle sofferenze.
Ogni giorno vedo gente che mi deride per ciò che sono… Non lo so più nemmeno io. Chi sono?
Chi sono mai stata?
Un riflesso di luce su uno specchio.
Una maschera di pensieri, un solco di rabbia, un cuore lacerato.
Questo sono stata e sono tutt’ora.
Mai nessuno potrà cambiarmi.
L’odio sarà l’unico mio martello, la disperazione mia incudine.
Le lacrime arrivano a terra.
La stessa terra che m’ha messo al mondo.”

«Cos’è? Insomma… Cosa sto leggendo?»
«È… È la fine del libro.»
«Se avessi voluto leggere il diario segreto di mia figlia glielo avrei chiesto, Ford! Come… Come ti è venuto in mente di scrivere un libro sulle paturnie mentali di un’adolescente? Ti avevo chiesto qualcosa di attuale, cosa m’hai portato, Ford? Te lo dico io: la depressione di un’ascoltatrice dei Metallica!!»
«Non salti alle conclusioni. Io ho scritto questo libro con l’aiuto di numerosi psicologi, è… Ho usato delle fonti, delle ragazze realmente malate di depressione!»
«Non ho letto tutto il libro, solo i capitoli che m’hai segnato: è un’ascoltatrice dei Metallica? La protagonista? Non lo so, non l’ho letto, ma ci gioco un marone che lo è. Una di quelle tipette che si fanno tatuare sul braccio “…And Justice for All”, pentendosi due giorni dopo! Sai perché so queste cose? Perché è scontato. La depressione che interessa ai lettori non sono duecentosessanta pagine di malinconici pensieri sulla morte, sulla solitudine nel mondo e sulla tristezza della propria esistenza da parte di una liceale! Non era questo che volevo! Mi hai consegnato un malloppo di aria fritta, Ford, sono parole prive di significato quelle che hai scritto, e non me ne frega un cazzo se le hai prese da fonti reali!»
«Io non so che dire. Ho solo tentato di scrivere qualcosa di realistico, qualcosa che rispecchiasse il mondo interiore dei giovani che ci circondano. Secondo me la realtà è la miglior narratrice. Il libro: mi sembra un duro spaccato adolescenziale. Qualcosa che infastidirà i clienti e li spingerà a saperne di più, a domandarsi se pure i loro figli stiano vivendo la vita in quel modo, se pure loro stiano soffrendo nel silenzio della propria anima, e a domandarsi perché non se ne siano mai accorti prima. Mi sembra un ottimo… Pezzo scomodo, per così dire.»
«Hai mai avuto figli, Ford?»
«No.»
«Vedi… Ciò che ti manca è questo tipo di esperienza, non importa quanti ragazzi disturbati tu abbia intervistato o quanti psicologi tu abbia consultato, ti sarebbe bastato vivere con la protagonista del tuo libro per capire ciò che frantuma le tue belle parole riguardo i pezzi “scomodi”. Qualsiasi genitore minimamente presente in famiglia – e io, purtroppo non sono uno degli esempi più brillanti, te lo posso assicurare – qualsiasi genitore sa che l’adolescenza è uno dei momenti più delicati e tragici nella vita dei propri figli. La sua durata cambia da individuo ad individuo, ma il più delle volte porta un cambiamento totale nella percezione del mondo esterno, un colpo così duro e realistico che ha come possibile effetto la chiusura in se stessi, la sensazione di essere unici al mondo, non quell’unicità sinonimo di straordinarietà rispetto il resto della gente, ma quell’unicità più stretto alla solitudine, alla paura dell’incomprensione del proprio essere, al non trovare mai qualcuno dalla stessa sensibilità. Le paure si trasformeranno in energia, in tentativi di differenziarsi ancor di più dai propri compagni o di agganciarsi ad un cerchio culturale e sentirsi parte di una grande corrente “di pensiero”, e allora via di tatuaggi, di piercing, di alcol e di fumo! E fin qui va tutto bene, ciò che hai scritto è la pura realtà, purtroppo una realtà il più delle volte conosciuta dai genitori, una realtà che viene presto sostituita dalla stadio della crescita interiore. Dell’accettazione di se stessi, della propria esistenza, della propria posizione all’interno di una società ex aliena e nemica. A questo stadio arriva l’illuminazione, la comprensione di quanto si è stati insignificanti e attori chiusi nel ruolo della vittima per l’intera adolescenza. Inizi a comprendere?»
«Penso di sì.»
«Bene, il fatto che tu non abbia capito prima tutto questo, comunque, mi fa pensare tu non sia mai cresciuto completamente. Quando hai scritto questo libro, come ti sei sentito?»
«Io… capivo ciò che provava la protagonista, lo sentivo con grande sensibilità. È stato doloroso, a volte, continuare a scrivere.»
«Smettila, Ford, di essere vittima di te stesso. E smettila di ascoltare musica scritta da gente che si autocommisera. Il vittimismo non si addice ad uno scrittore, non in questa casa editrice. Puoi riprenderti il libro, credo di aver letto abbastanza.»
«Quindi è un “no”?»
«È un invito a maturare. Io non pubblicherò questo romanzo: è materiale che non aiuterà mai nessuno, avvicinerà solo alcuni ragazzi ad una finta eroina letteraria, col rischio di reprimerli maggiormente nel loro ruolo di solo pessimismo. Mi dispiace.»
«Me ne farò una ragione.»
«È ciò che voglio.»

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