“Mamma, esco un attimo”, ovvero una notte fuori casa


Prologo

«Ci verresti a Bruxelles due giorni?»
«Due giorni?»
«Sì.»
«Ma… così?»
«Sì, andiamo e torniamo. Giusto per farsi un giretto.»
«Sì, occhei, perché no.»

Questa è la discussione velatamente seria che ho avuto col Fotografo nelle ultime settimane di Febbraio. Un’interlocuzione che si evolse lentamente fino alla nostra piena manifestazione di sballo totale al pensiero che i due giorni sarebbero stati uno in realtà, e per di più una notte: dal 12 Aprile sera al 13 mattina.
Per tutto Marzo la mia mente fu di piena ignoranza, e le poche volte che pensavo al viaggio che avrei fatto – dato per certo dopo l’acquisto dei biglietti dell’aereo – era tutto un “madò che ficata, madò che ficata”.
Il piano complessivo era in breve questo:
ore 20 arrivo all’aeroporto di Bruxelles;
ore 21 arrivo nel centro di Bruxelles;
mangiare;
bere;
discoteca;
ore 8 ritorno a Bologna.
Qualcosa – contro le nostre più rosee aspettative – sarebbe andato storto in quella cupa notte del 12 Aprile, ma la nostra inevitabile inconsapevolezza ci manteneva nello stato meditativo del “che ficata che ficata, una notte intera a Bruxelles!”.

BRUXELLES NOTTURNA

Partenza:
12 Aprile 2012

17:05 – Parcheggio la Panda in un posto strategico consigliatomi dal Fotografo; prima d’arrivare in aeroporto ci tocca attraversare a piedi una distesa d’erba alta mezza gamba. Non penso di ricordare scene memorabili o degne di nota del tragitto “parcheggio – aeroporto” a parte gli avvisi del Fotografo nel prestare attenzione alle vipere, cosa rassicurante.

Bruxelles airportLe foto da feticista del Fotografo

17:20 – Entriamo in aeroporto e il primo ostacolo sta nell’intuire quale sia lo sportello[1] del nostro imbarco. Io non avverto la stessa tensione del Fotografo a causa della sensibilità differente, la scena si conclude con noi al centro esatto di una fila chilometrica al banco numero 21, dietro una bella famigliola con due bambini abbastanza spacca maroni. Nell’attesa mi documento sulle lingue che incontreremo una volta giunti in Belgio: «Francese, olandese e fiammingo», mi fa il Fotografo, «il bambino qui davanti l’ho sentito parlare il fiammingo».
Presto attenzione al bambino quando, con mio completo stupore, lo sento dire, testualmente, “Mamma, dove vai? Papà io ho fame. La mamma ha detto che mi dava della cioccolata sull’aereo. Papi sono stanco”.
Le mie sinapsi si attivano all’istante in un esercizio cerebrale di grande sforzo: m’immagino io in discoteca, appoggiato contro una parete col gomito destro, mentre con la mano opposta accarezzo la guancia di una bruxellese e le racconto quanto bene riesca a capire la sua lingua pur non avendola mai studiata, e di quanto siano belle le differenze culturali, e che il fiammingo non è tanto diverso dall’italiano, eccetera eccetera.
Il Fotografo mi lascia in questo stato comatoso il tempo di una folgorazione e subito si corregge: «Ah, no. Ora sta parlando italiano. Dev’essere una famiglia italo-belga. Già.»

Bruxelles1

18:20 – Entriamo nell’aereo e riusciamo a trovare due posti piacevolmente vicini ad un finestrino. Prendo i seguenti appunti:
interlocuzioni in fiammingo mancate;
bimbi al guinzaglio[2];
montacarichi per disabili (non c’è nulla da ridere dice il Fotografo);
scale motorizzate.
Intanto l’areo si innalza oltre le nuvole, verso il sole. Il viaggio è piuttosto tranquillo, non ci sono scene degne di annotazioni. Il Fotografo mi snocciola alcune chicche aviatorie del tipo:
“Vedi il flap sull’ala? Se mentre si prende velocità lo si nota chiuso non bisogna aver timore di chiamare la hostess e chiederle gentilmente di far aprire il flap al pilota, altrimenti si finisce sull’argine del Reno”.
Avete preso appunti?
Io sì.

Il disegno dietro il biglietto anticipa largamente la fiducia che ho posto in Batman non appena arrivati a Bruxelles.

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20:10 – Arrivo all’aeroporto di Charleroi e corsa sfrenata verso la biglietteria per schivare alcuna possibilità di fila. Prendiamo i biglietti del pullman, direzione: centro di Bruxelles. Dopo lo sguardo disinteressato del bigliettaio alla nostra richiesta di una corsa andata e ritorno – “ritorno domani at five and twenty, yes, wi, five of morning, vhè?” – aspettiamo l’arrivo del mezzo di trasporto rendendoci conto della frescura del Belgio. Nell’attesa infilo una mano in tasca e la tiro fuori irreparabilmente danneggiata: mi ritrovo mezza unghia del medio destro spezzata e staccata dalla restante unità…. verticalizzata verso l’osservatore (io). Il Fotografo è basito, io per poco svengo, il dolore non è tanto, ma la visione orrida stomaca; alla fine riesco ad amputare la parte marcia dell’unghia usando i denti. Il Fotografo dice che non mi porta all’ospedale se mi faccio male. Io non ho la forza per dargli torto.

Accurata descrizione dell’unghia dopo l’incisione

20:20 – Entriamo nel pullman e il Fotografo si addormenta a metà corsa. Nei sedili davanti abbiamo una bambina molesta di colore, ogni volta che si gira in mia direzione sgrano gli occhi per spaventarla. Vi sembrerà super-razzista, e me ne vergogno tanto, ma per tutto il tragitto, oltre che a disegnare la condizione dell’unghia per farvi un’idea, non sono riuscito a pensare ad altro che alla somiglianza della bambina ad una scimmietta con le treccine.
Il pensiero mi fa sentire un mostro, ma non si allontana.
Questo non lo infilo nel blog manco da morto”, ma alla fine lo spirito giornalistico ha la meglio ed… eccomi qui. In mia difesa non ho altro che incolpare come causa di nefasti pensieri lo stato confusionario personale.

21:10 – Sbarchiamo nel quartiere più buio e malfamato di Bruxelles. Ci incamminiamo di buona lena verso il centro, io non faccio altro che far notare al Fotografo la somiglianza di quella zona con Gotham City: sirene ovunque, brutte persone che ci guardano torvo[3], oscurità e vetrine al neon. Gli insegno pure che Gotham City è la città di Batman e di non aver timore di urlare il suo nome se attaccati.

549308_3632536383138_823178171_nCi accoglie un meraviglioso sole mattutino.

Comunque Batman ha vegliato tutta la notte su di noi, ne sono certo

21:25 – Siamo a Bruxelles centro, cerchiamo un posto dove cibarci. La fame spinge il Fotografo in un fast-food che, sue parole, “è meglio del Mac”, per me l’importante è avere un bagno a disposizione dove mingere serenamente. Arrivati davanti questo fast-food ci accorgiamo che sta per chiudere e che non possiede alcun bagno.
Il Fotografo ci rimane male.
Alla fine ripieghiamo per il banale McDonald’s, loco di fegati gonfi e digestioni difficili. Alla cassa ci accoglie un ometto gobbo e calvo sui 35 anni: con nostro stupore capisce l’italiano. Ci riempe il vassoio, grazie ed arrivederci. Al tavolo mi accorgo che non mi ha dato il ketchup ma me l’aveva fatto pagare; non so che fare, sono imbarazzato, se c’è da protestare in inglese finisco schienato, mentre in italiano sarebbe un’impresa. Alla fine vinco le mie remore e, armato di scontrino, mi spingo a pretendere il mio ben pagato ketchup. L’ometto gobbo e calvo non fa una piega: mi smolla il dovuto e si scusa in 4 lingue diverse, di cui comprendo solo il fiammingo, naturalmente.
Abbiamo un tavolino a due affiancato ad un gregge di stangone meravigliose, tutt’ora la mia speranza rimane che non mi abbiano visto mangiare quel fottuto panino: non sono riuscito a tirargli due morsi che si è sfaldato completamente riprendendo la forma originaria di ingredienti singoli da abbinare rispettivamente: panino-salsa-hamburger-sottaceti-insalata-salsa-panino[4].
Alla fine mando tutto al diavolo e comincio a mangiarlo come si mangerebbe un kebab, le mie dita prendono quell’odore caratteristico di McDonald’s/”digestione impossibile per le prossime 15 ore” e non si riprenderanno mai più per il resto della vacanza notturna.
Vado in bagno e mi chiudo nel cabinotto. Ho la vescica timida e provare ad urinare contro i wc a muro, fianco a fianco con qualche bruxellese proprio davanti la porta d’entrata, m’avrebbe trattenuto tutta la notte. Poco più.

579407_3632533183058_79328850_n“Mò facciamo una foto in cui cavalco il leone, dai.”

Mica lo scrivono, su google map, che il giovedì, venerdì e sabato sta aperto fino alle 5 di notte.

22:30 – Ci facciamo un bel giretto per la via che google map chiama come “Anspachlaan”, quindi ci inoltriamo maggiormente verso il centro. Attraversando viuzze minori che non saprei ripercorrere due volte, sbuchiamo sulla piazza “Grand Place”, veramente meravigliosa e animata da parecchi ragazzi della nostra età seduti per terra in circolo a ridere e bere e suonare la chitarra e qui c’è aria buona e il pavimento pulito mica come in Piazza Maggiore che se ti siedi rischi di rovinare per sempre le braghe nuove. Facciamo due foto e ci guardiamo intorno con soddisfazione, il Fotografo mi racconta qualcosa che ora ho dimenticato e io, di ricambio, gli faccio vedere dove mio padre, venuto qui per lavoro due anni prima, aveva mangiato delle cozze squisite.

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22:50 – Iniziamo la scalata dal parchetto dei rapper («quello costeggiato dalla “Rue de la Madeleine?”» chiederete voi. Esatto, proprio quello), salita dopo salita, gradino dopo gradino, attraversiamo il parco illuminato dai fari arcobaleno (la “Fontaines au Palais des Congres”, sì) e ultimiamo l’arrampicata col Place Royale Koningsplein. Attorno a noi c’è desolazione e solitudine, qualche anima pia si aggira a bordo di auto nere; noi non destiamo alcun interesse per gli abitanti del luogo, e la cosa mi rasserena. Facciamo una brevissima incursione verso il Palazzo Reale ma non ci soffermiamo: torniamo al Grand Place e proseguiamo per il centro di viette, venditori di waffel incandescenti[5], negozi da turisti pronti a venderti qualsiasi cosa abbia forma di un bambino pisciatore[6] e immagini di Tintin ovunque. Il mio amore poco velato per i fumetti mi fa sbrodolare ad ogni comparsa di questo personaggio col ciuffo alto, ma il Fotografo non lo sopporta e si rifiuta più volte di assecondare le mie richieste nel fotografare ogni comparsa del ragazzetto col ciuffo alto.

530265_3632534903101_1112876863_nDello stile “Tintin ovunque”

544404_3632537303161_1025727180_nLa “Fontaines au Palais des Congres”… credo.

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23:15 – Solo io comincio a soffrire per il lungo camminare, chiedo al Fotografo pochi secondi di riposo, lo chiedo ad ogni panchina che incontriamo, lui è per metà implacabile e mi accontenta il 40% delle volte. Ci avviamo verso Santa Caterina. Nulla di memorabile da raccontare oltre che alla bellezza del posto.

554362_3632541303261_1624709503_n“Fotografo, sono stanco, basta, su, fermiamoci qui, siediti mò con me, dai…”

23:38 – La noia e la stanchezza la stanno avendo vinta, ci rifugiamo all’interno di un pub all’apparenza fighetto. Avete presente quei pub decorati come un surrogato di un locale chic ma impreziositi con sfumature da saloon western? Quei locali a due piani dove si trovano corrimani pennellati d’oro e un maestoso lampadario vittoriano a fianco di quadri in bianco e nero di cowboy anziani o di cavalli imbizzarriti? Ecco, era un pub del genere. Il risultato è un collasso spazio-temporale che scatena al mio interno la sgradevole sensazione di essere entrato in un luogo non affine alla mia personalità. La prima cameriera ci accoglie dicendoci che avrebbe chiuso entro venti minuti e se ce la sentivamo di bere in fretta. Il Fotografo non si fa intimorire e ordina una birra, io lo seguo. Oltre a noi nell’intero locale ci sono un uomo e una donna abbastanza tranquilli ed una compagnia chiassosa collocata in un tavolo ricolmo di bicchieri vuoti e bottiglie stappate: sembrano essere amici del proprietario, perché al momento della chiusura erano ancora dentro a far casino.
Nota bene: il Fotografo è pure andato ad urinare.

23:58 – Usciamo dal pub e riprendiamo la crociata. Fa un bel freddo. Decidiamo di tornare al Grand Place – dove mio padre ha mangiato delle cozze che mannaggia quanto erano buone – e fare qualcosa lì. La piazza è simpaticamente piena di ragazzi, sempre seduti per terra in cerchio a bere e a parlare. La mia idea è di addormentarmi stecchito da qualche parte. Rifugiamo in un rialzo di marmo di una qualche struttura[7] e facciamo pieno affidamento ai nostri giubbotti, io nel seguente modo:
chiudersi totalmente il colletto,
avvicinare il più possibile le gambe al torace,
ritirare le braccia all’interno delle maniche e porle in posizione fetale contro il petto,
affondare il mento nel colletto fino a far scomparire il naso.
In questo modo si sta benissimo e si tende a coccolare il proprio subconscio infantile; il caldo corporeo viene sfruttato totalmente e posso abbandonarmi a sragionamenti insensati. Sulla nostra destra si siede uno straniero con una bottiglia di plastica in mano. Ci guarda interrogativo. Noi rispondiamo visivamente con la coda dell’occhio. In mente ripercorro le parole di Damiano: “ricordati che giochi in trasferta: prendi la paga ma stai cagato” e non sono per niente tranquillo.
Ecco di seguito la discussione (tradotta) avuta con questo particolare elemento:
Lui: «Siete sud americani?» (in inglese)
Noi: «Mh?» (universale)
«Siete senza tetto?» (in inglese)
«Ah, no. Noi… Veniamo dall’Italia.» (in inglese)
«Italiani?!» (in italiano)
«Sì. Siamo qui solo per stanotte.» (in italiano)
«Voi fare… after!» (in italiano)
«Sì!» (in italiano)
«…»
«…»
«Ahahahah! Io avere amico italiano! Lui piace fare sex!» (in italiano)
«Obviously.» (detto dal Fotografo)
Dopo di ché ci ignora con un sorriso stampato in faccia, beve tre sorsate della sua bottiglia di plastica verde, cerca di attirare a sé una ragazza molto bella facendo lo stesso verso che si usa per attirare i gatti (“nch nch nch”) e se ne va salutandoci.
Poco dopo il Fotografo decide di andare a vedere la discoteca dove dovremmo risiedere per la restante notte.

Tutto questo NON c’era.

00:27 – Ci avviamo verso la discoteca “Leyou” e veniamo subito sorpresi da una fila esageratamente lunga e composta. Non appena ci inseriamo nella coda riusciamo a catturare l’attenzione di tre belgi che, improvvisando un italiano maccheronico, se la ridono di gusto. Uno – il capo a quanto pare – fa un cenno con la mano, allungando indice e pollice e ci mormora “avete il… il…”, la prima cosa che vado a pensare sono le battute sul nostro sesso imponente (il mio di certo, su quello del Fotografo non posso assicurare[8]), ma in realtà conclude la frase con “… il… tessera università?”. Il Fotografo mantiene un’aria vaga e rassicurante, io, da buon paranoico della coppia, subito mi domando se vada bene la tessera universitaria italiana e non belga.
Alla fine i tre ragazzi se ne vanno salutandoci con gran enfasi.

La maledetta vista dall’interno

00:38 – Una ragazza della fila, si accascia sul marciapiede e, aiutata da alcune amiche, comincia a vomitare del giallo. Il fantomatico giallo da vomito. Tutti se la ridono, le amiche le tengono i capelli lontani dalla bocca, il Fotografo si fa un gran viaggio su qualcuno che potrebbe “limonare quella ragazza in discoteca, che ha l’alito buono grazie ad una cicles (gomma da masticare), e le scova qualche pezzetto di cibo in bocca”, insomma: qualcosa di raccapricciante.

Ringraziamo Blu per queste chicche.

00:52 – Ci stiamo allontanando dal Leyou. Vi siete persi qualcosa di memorabile, l’imprevisto più imprevisto di tutte le cose impreviste della serata. Ecco la telecronaca:
ci avviciniamo all’entrata, io sono agitato nel vedere il 30% delle persone allontanate da una donna dalla difficile vita sessuale e con in mano una cartellina con un sacco di scritte, ci presentiamo, la donna ci chiede spiccia se abbiamo l’invito (lo fa in inglese), io e il Fotografo neghiamo, il buttafuori ci scaccia sulla sua destra, la donna ci fa segno che non possiamo entrare, non ho mai visto il Fotografo tanto deluso in vita sua, urla che sul sito non c’era scritto di alcun invito, io interiormente do la colpa alle giacche da pioggia, non sappiamo che fare, ci guardiamo intorno, mi faccio coraggio e chiedo in inglese ad un ragazzo identico a Tarzan della Disney se bisogna avere per forza il tesserino universitario belga per entrare, lui non capisce, mi ribatte un’altra domanda, io non capisco, gli ripeto il mio quesito, lui non capisce, a quel punto, sotto l’occhio vigile del Fotografo, prendiamo a parlarci con segni del corpo e mimi dalla grande fattura artistica: secondo Tarzan basta qualsiasi tesserino; il Fotografo prova a riattirare a sé l’attenzione della donnaccia, ci tiene proprio ad entrare, le mostra la tessera universitaria italiana, lei risponde che senza l’invito non c’è nulla da fare, “via, aria, andare”.
Così si è conclusa la nostra serata al Leyou, ed è iniziata la maratona notturna.
Nota bene: ancora sconvolto dal presentimento di capire il fiammingo, sento ovunque ragazzi parlare in italiano. Non sono mai riuscito a chiarire la cosa.

Il Fotografo concorderebbe su come non era la donna con la cartellina.

01:00 – Conduco l’uomo disperato e disilluso, una volta conosciuto come “il Fotografo”, in un pub che mi ero segnato nella cartina mentale e da dove avevo sentito uscire della gran musica e risa allegre di gentaglia ubriaca. Ci troviamo bene: il locale è accogliente, economico e non troppo pieno. Ordiniamo due sberle da mezzo litro di Stella Artois e cominciamo a giocare all’impiccato sul mio taccuino.
Ecco le mie parole: “invito”, “geloso”, “ornitorinco”, “caspiterina”.
Ecco le parole del Fotografo: “fu”, “Tintin”, “belgi pezzi di merda”.
Il rancore è ancora forte in lui.
Mi addormento per parecchi minuti e mi risveglio col barista che mi dà una carezza ai capelli e mi fa il segno di “occhei?”, io sorrido. Il Fotografo è mezzo ubriaco e mi confessa suoi traumi olfattivi infantili: lo shock lo riporta dolorosamente indietro nel tempo.[9] Sulla nostra destra riconosciamo Quattrini (siamo praticamente sicuri sia lui: sta parlando in italiano di cose difficili tipo matematica e quant’altro) mentre si limona una mora abbastanza gnocca. “Oggi Quattrini ha uno sguardo birbante”, scrivo negli appunti.
Dopo parecchi minuti ho questa discussione col barista:
io: «When do you close the pub?»
lui: «Now!»
«Mh… I’m sorry, I don’t understand… When?»
«Now!»
«Now, mh? Now… now… Now?! Ma now-now?!»
Ritorniamo al gelo primaverile del Belgio, dispersi e confusi. Senza una meta precisa.
Nota bene: sull’uscio del pub c’è il cartello “vietato fumare”, ma all’interno vige una nebbia padana e il primo a fumare è lo stesso barista.

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“Quegli alberelli non sarebbero stati più gli stessi nell’arco di qualche ora.” – Il Fotografo e la sua vescica egocentrica colpiscono ovunque.

02:55 – Stiamo camminando di nuovo per la salita che parte dal parchetto dei rapper e si conclude col Place Royale Koningsplein. A me scappa da pisciare, ma la mia sindrome da vescica timida (vera e propria bega, consentitemelo dire) m’impedisce di urinare dove il Fotografo brillo può. Maciniamo metri fino al Palazzo Reale: la mia idea è quella di liberarmi fisicamente nel parco di fronte a questo maestoso edificio, la paura è quella di trovarlo chiuso.
E invece è aperto, “questi Bruxellesi sono uno spasso”, mi viene da pensare, “un parco tanto bello aperto tutta la notte, sarà un covo di drogati”. Entriamo e gli unici drogati presenti siamo io e il Fotografo. Metto quest’ultimo a fare da palo ed innaffio un alberello a 30 metri dall’entrata; ora sono molto più sereno e gioioso. Mentre attraversiamo il parco mi viene la malsana idea di fare un video con la macchina fotografica digitale del collega, video che dovrete estrapolarmi con la forza bruta tanto l’imbarazzo e la vacuità spirituale che contiene.

578762_3632538623194_833711588_nMentre parlo con uno dei tanti belgi che abbiamo incontrato in quell’ora

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536801_3632540623244_1689986058_nIl Palazzo Reale

03:22 – Siamo arrivati al parlamento europeo, l’atmosfera è solenne ed ufficiosa. Il Fotografo mi mette alla prova indicandomi alcune bandiere dietro una vetrata e chiedendomi, una per una, di quale stato siano. Ne sbaglio il 70% e il punto più basso è quando mormoro “San Marino” davanti quella della Slovacchia.[10] C’è un gran silenzio attorno a noi, poche figure si aggirano in lontananza, solitarie e taciturne, nessuna traccia di macchine. Mi sento bene. Visitare una città di notte è un’esperienza che tutti dovrebbero provare almeno una volta nella loro vita, soprattutto senza aver dormito in preparazione all’evento e con della birra in corpo: la sensazione è astrale, confusionaria ma piacevole, irrealistica quanto sorprendente nella sua veridicità. La mente ha la possibilità di vagare in campi solitamente catalogati come cretini, ma nessuno (a parte il Fotografo, a sua volta fonte di miriadi cagate) è lì per ascoltare e commentare. Dico al Fotografo che bisogna farla più spesso quest’esperienza: prendere e stare via tutta la notte in altre città, in altre nazioni… Ormai camminare non ci affatica più. Maciniamo chilometri come nulla fosse.
Nota bene: la stradina con blocchi di filo spinato dà un’atmosfera post-apocalitica singolare quanto gustosa e stimolante.

485882_3632551663520_297305119_nIl pavimento del Parlamento Europeo – diritti del Fotografo

547968_3632548543442_1685073903_n “un’atmosfera post-apocalitica singolare quanto gustosa e stimolante”

Quella è sicuramente la bandiera di San Marino, di questo ne sono sicuro

04:05 – Ritorniamo al McDonald’s, ormai unico locale aperto e dove non bisogna avere un maledetto invito per entrare. Alla cassa c’è sempre l’ometto che capisce l’italiano. Ordiniamo delle crocchette di pollo; “confezione da 3, 6, 9 o 20?”, ci chiede lui; “20?! … 20!”, rispondiamo noi; “aviete 4 salse gratis, ma non ci sono ketchup, senape, maionese, salsa ròsa o mostarda; potete scegliere tra salsa barbecue, cinese, agrodolce e ****[11]”, ci dice lui; il Fotografo è lento in questo tipo di decisioni, e nel tempo che impiega per assumere la posa da pensatore greco io sparo un “salsa barbecue!”, il cassiere ci smolla 4 vaschette di salsa barbecue. Io sono incredulo, il Fotografo pure: abbiamo tanta salsa barbecue da far felice il fottuto Texas. Ci sediamo dubbiosi e cominciamo a mangiare. In questo lasso di tempo scopriamo che il cassiere si chiama “Salvatore” ed è la vittima preferita del Mac-capo reparto. Lascio da solo il Fotografo per andare in bagno, rifaccio la pipì e torno ai tavoli che trovo davanti la cassa un vecchietto steso per terra e una marea di sangue ovunque. Il Fotografo, con serenità, mi dice che non ha capito bene cos’è successo ma qualcuno ha spinto il vecchietto che è crollato per terra colpendo la testa in qualche spigolo e trasformando il fast-food in un film splatter.
Nota bene: fino al prossimo anno non ho intenzione di vedere altra salsa barbecue.

389586_3632552463540_430062202_nLe foto senza senso del Fotografo.

“Non hai un cazzo da ridere, Ronald, mi fa schifo la tua salsa barbecue, bòn.”

04:20 – Ci addormentiamo.

04:43 – Partenza dal Mac verso Gotham City; la camminata è un misto tra una maratona schizofrenica e una gara di salto in lungo. L’attraversamento di Gotham è indolore, a quest’ora sono aperti solo dei kebabbari e, con mio stupore, c’è pure qualcuno che mangia al loro interno.

552862_3632532263035_1131130002_n (1)

05:10 – «Arriviamo al “Gare du Midi”», questo è un appunto del fotografo. Per i comuni mortali: arriviamo alla stazione di Gotham City. Il pullman è in orario, appena saliamo il Fotografo, con grande spirito sacrificale, si impadronisce dei 5 sedili in fondo e li trasforma in un comodo letto di velluto rosso. Io mi accontento di un sedile reclinabile: il tragitto verso l’aeroporto è alienante, ogni 5 minuti mi sveglio e, con disperazione, m’immagino di aver perso la fermata e di star tornando in stazione. Ogni volta riesco a domare l’orrore e a riprendere il sonno con la frase “che me fotte a me, io ho il Fotografo…”.
Nota bene: il Fotografo, a distanza di 4 giorni, mi fa sapere presso facebook che “il male al collo era palpabile”.

Il “Gare du Midi” secondo google map

Ecco il nostro pullman, ma era al buio e senza tutto quel traffico

06:15 – Arriviamo in aeroporto, passiamo sotto il metal detector, facciamo vedere la carta d’identità a portata di tiro e ci sediamo in una panchina di ferro vicino allo sportello dove ci sarà il nostro imbarco. Non faccio in tempo a dire qualche sconceria sulla ragazza alla nostra sinistra – bella formosa e vestita in modo da far apprezzare ancor più le linee splendidamente rotondeggianti – che crollo in un impietoso sonno. Mi capita d’aprire un occhio di tanto in tanto, ma senza mai scomodarmi in un gravoso risveglio totale.
Il Fotografo, impossibilitato dal dormire per la scomodità delle panchine di ferro, si lascia sopraffare dalla sua malata attrazione per gli aerei: si spara una decina di decolli, uno dopo l’altro.
Una vera goduria”, mi confesserà tre giorni dopo.

“Arrivedorci”

08:05 – Partiamo con l’aereo verso Bologna. Strano a dirsi, ma me la dormo tutta. Ignoro cosa abbia fatto il Fotografo nel frattempo.

10:02 – Saliamo in macchina, questa volta non abbiamo dovuto attraversare la distesa d’erba inviperita. Siamo storditi, guido verso la tangenziale mentre parliamo di quanto sia stato fico ciò che abbiamo fatto.
La restante giornata l’ho passata in un preoccupante dormi-veglia atarassico.

Questo è tutto, grazie di aver letto fin qui.

Contenuti speciali:
Nel video seguente è elencata l’unica cosa che conoscevo del Belgio prima di partire in questa odissea.
Buona visione.

Note di fine pagina:
[1]: non essendo un esperto – quale è il Fotografo – di aerei, aeroporti, tecnicismi meteorologici e sociologia belga, in codesto bollettino di guerra affronterete terminologie sofferentemente inadeguate o inesatte. Vi prego di chiudere un occhio e limitarvi a godervi la lettura.

[2]: questa non è alcuna allucinazione audio visiva, ma la pura verità. La sorella del bambino italo-belga veniva tenuta al guinzaglio dalla madre; ad ogni suo tentativo di fuggire dalla fila bastava uno schiocco di fune per richiamarla. Da piccolo, se costretto a tale obbrobrio, avrei certamente escogitato qualche modo per far impazzire madre e padre.

[3]: la stessa cosa che avranno pensato loro vedendoci arrivare, mi ci gioco un marone.

[4]: o qualcosa del genere.

[5]: dolce che ci eravamo promessi d’assaggiare, ma è finita che sono tornato a casa con la voglia. Maledetto Fotografo.

[6]: questo pezzo, se mai verrà letto, farà incazzare a morte qualche italo-belga. Me lo sento dentro.

[7]: questo momento è abbastanza lacunoso, lo ammetto.

[8]: perdonatemi l’arroganza, ma il dottore ha detto che potrebbe fare bene alla mia autostima mantenere un comportamento strafottente, quindi mi vedo costretto a scrivere queste cose con la speranza di apparire, ai vostri occhi, adeguatamente macio e bullo.

[9]: parole che ho copiato per inciso dal taccuino, non ricordo la scena e nemmeno quale furono i traumi olfattivi infantili.

[10]: mi ero incaponito con San Marino, a dire la verità. L’avrò azzardato 5 volte prima di scoprire che non c’era, lì, la bandiera di San Marino.

[11]: non ricordo.

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16 risposte a “Mamma, esco un attimo”, ovvero una notte fuori casa

  1. ThePhotographer ha detto:

    Applausi, onore al merito per ciò che è stato compiuto

  2. Mattia Campitiello ha detto:

    ovviamente sono arrivato al tuo blog cercando “pianta carnivora per sesso orale” 😉

  3. Rocco R. ha detto:

    Ok ok. Ho deciso, ci vado pure io A Brussssel. Appena compro i biglietti dell’elisoccorso ti faccio sapere.

    • zanzathedog ha detto:

      Il Fotografo sta preparando pure una mappa del giro ideale notturno da compiere in questa meravigliosa città.
      Nelle avvertenze c’è sicuramente scritto che una visita diurna potrebbe non avere lo stesso effetto descritto in questo blog.

      • Rocco R. ha detto:

        Probabilmente anche l’uso di eccitanti, emollienti e parafulmini potrebbe avere effetti diversi dal sopra descritti. Io credo che eviterò i parafulmini.

  4. zanzathedog ha detto:

    @josef (non potendo replicare ulteriormente):
    😀
    i parafulmini sarebbero una novità per me, al prossimo viaggio col fido compagno cercherò di approfondire la cosa

  5. johnnystecchino ha detto:

    Mi piace! Eppoi il putto ti dà a bere cose più propinabili di tante frottole di nostri certi politici.

    • zanzathedog ha detto:

      Su questo non ci piove! Come immagine/simbolo di un’intera città (non ricordo dalle informazioni del Fotografo se addirittura del Belgio) ha qualcosa di rassicurante.

  6. arielisolabella ha detto:

    voi non siete normali….e’un dato di fatto tu dirai..ma come con tutte le capitali strafighe per il divertimento il sesso il fumo e chi piu’ne ha ne metta siete andati dove??????…(suspance)
    a BRUSSSSSSSSELLLL!! azzz che pensata…complimenti!!!!!..il prossimo giro ?? capracotta in emilia romagna???(storica battuta ma tu non eri nato…..ancora!!!)

    • zanzathedog ha detto:

      Per il sesso, il fumo e il rock n’roll abbiamo ancora tutta la vita davanti, ariel!
      Noi pionieri del turismo cerebrale preferiamo disfarci un’intera notte in una cittadina famosa per i propri cavoletti.
      Prossimo giro: Sofia, in Bulgaria.
      Sempre sul pezzo, io e il fotografo!

  7. arielisolabella ha detto:

    a questo punto con aria rassegnata aspetto il prossimo pezzo sul regno delle rose ..il profumo non potro’ sentirlo ma almeno fate due foto ai fiori!!!! o e’troppo romantico? 😀

  8. Pingback: “Merci”, disse il ragazzo a Madrid | Il Rutto Della Pianta Carnivora

  9. Renato ha detto:

    Eccezionale!

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