Parlando di fantascienza: Hangers (parte 1)

Quella mattina Ralph rischiò di essere tamponato facendo la solita strada per andare al lavoro.
Non riusciva a toglierselo dalla testa mentre indossava la divisa della nota catena di negozi sportivi planetaria.
Non era per via dello spavento – l’auto automatizzata era riuscita a prevedere l’urto scansandosi con buon anticipo – ma per il gesto che fece l’altro autista entrando sulla strada principale senza rispettare lo stop verticale.
È la prima volta che mi accade una cosa del genere, pensò scendendo le scale degli spogliatoi verso i reparti di vendita, come bisognerebbe comportarsi?
L’uomo si era affacciato dal finestrino mostrando in sua direzione un gesto tanto antico quanto dimenticato: il dito medio. Aveva proprio alzato il braccio e scosso la mano con prepotenza.
Ralph non riuscì a rispondere, l’incredulità lo rese inerme per parecchi secondi: era un atteggiamento che non aveva mai visto in vita sua.
Una volta giunto al lavoro si sentì sopraffare da una rabbia bruciante, viscerale; aveva la sensazione di aver fatto la figura dello stupido. D’altronde non era colpa sua. Come avrebbe potuto reagire ad un insulto di cui non era abituato? Un insulto che, raggiunto il 2119, pareva un affronto irripetibile.
Che figura penosa, mormorò fra sé e sé muovendosi fra le diverse corsie in direzione del cesto misto di costumi da inserire nelle capsule disinfettanti.
Con aria nervosa tirò a sé il sostegno metallico con cui avrebbe percorso tutte le corsie del suo reparto, quindi immerse le mani nei costumi già grucciati e ne tirò fuori due boxer; li appese nell’asta di alluminio rinforzato, gesto che gli veniva automatico dopo tre anni di lavoro nello stesso reparto.
Quella mattina non c’erano molti clienti in negozio: era periodo di vacanze primaverili e la città era per lo più deserta.
È rimasta solo la feccia, rifletté Ralph.

Dopo aver quasi concluso il primo sostegno, Ralph si accorse che qualcosa non andava nei vestiti: non erano stati sistemati adeguatamente nelle grucce, se n’era accorto con colpevole ritardo. I costumi, con cui venivano usati i morsetti, non erano ben assicurati agli agganci occupando in questo modo molto più spazio del normale e rischiando di intrecciarsi fra di loro.
Il ragazzo non ci poteva credere, in tre anni non gli era mai capitata una cosa del genere e non sapeva come sistemare la cosa.
Senza perdere tempo telefonò al capo reparto:
-Louis, reparto aeronautica e nuoto.
-Sono Ralph.
-Ciao Ralph.
-Ciao, senti: ho un problema col carico di oggi. Tutti costumi sono grucciati male.
-In che senso?
-Non sono stati assicurati una seconda volta.
-…
-Louis?
-Sì, ci sono. Vengo a dare un’occhiata.-
La chiamata si concluse con un suono breve e poi lungo. Poco dopo Louis, responsabile del reparto di Ralph, si presentò in corsia.
-Fammi vedere- disse sbrigativo.
Ralph si sentiva a disagio, temeva che il problema tecnico fosse in qualche modo riconducibile a lui e Louis era l’ultima persona a cui desiderava dare delle spiegazioni. Agitatamente lo accompagnò nella sezione laterale degli scompartimenti, fino ad arrivare ai vestiti pronti da inserire se non fosse stato per il problema di grucciamento.
Louis si ingobbì in avanti dall’alto del suo metro e ottanta e si morsicò tre volte il labbro inferiore.
-Dev’essere un problema dell’automa delle grucce. Guarda.-
Indicò alcuni pezzi superiori triangolari di un bikini.
-Le spallette scivolano via, se tutto il carico è in queste condizioni rischiamo di perdere un giorno lavorativo.-
Ralph scrollò le spalle con rassegnazione, prese in mano un top dalla grafica minimale e cercò di risistemarlo. Gli ci vollero 48 secondi per farlo.
Louis lo guardava pensieroso, quindi si avvicinò ad un display a muro e contattò la reception.
-Reception.
-Sono Louis del reparto nuoto, ho bisogno di un cambio; io e Ralph andiamo a dare un’occhiata nel magazzino, manda qualcuno dell’escursionismo.
-Ho bisogno di una giustificazione per una sostituzione, Louis, lo sai.
-Credo ci sia qualche problema con un automa. Ci parlo poi io, col direttore.
-Va bene, ti mando subito qualcuno- concluse la ragazza dal taglio a caschetto poco prima di sparire.
Louis fece un segno a Ralph di seguirlo e si incamminò verso l’angolo opposto dell’immenso edificio, esattamente dove stava il magazzino centrale.
Appena si ritrovarono davanti una parete angolare azzurrognola, questa si aprì scorrendo lateralmente, i due si assicurarono che nessun cliente avesse intenzione di seguirli ed entrarono, la porta si richiuse automaticamente.
Il magazzino manteneva all’interno un ordine di natura non umana: tutti i prodotti erano diligentemente divisi per reparti, pronti per essere sistemati sulle varie corsie. Un braccio meccanico, al passaggio di Ralph e Louis, interruppe il suo lavoro di smistamento da un carico appena arrivato e si riassestò nella propria postazione di riposo.
Louis si muoveva con sicurezza, conosceva quel posto come le sue tasche ma non gli piaceva entrarci. Il magazzino era in mano alle macchine, entrarci significava per prima cosa dover sistemare qualche problema tecnico, per seconda sporcarsi d’olio. Naturalmente tutto il sistema era auto-igienizzato, ma qualche perdita era inevitabile e il più delle volte a rimetterci erano o i capelli o la divisa da lavoro.
Non vi erano finestre, la luce proveniva da led inseriti tra la parete e il soffitto, l’atmosfera che davano era qualcosa di altamente pulito e chiaro. L’antitesi delle navette trasportatrici che arrivavano ogni giorno a rifornire il negozio.
I due uomini si fermarono in una camera occupata da un automa dotato di 4 braccia mobili e un corpo centrale di grucciamento.
Fu Louis il primo a parlare:
-Macchina, identificazione.
-Identificazione in corso: numero serie… 3583U0041. Automa: settore sportivo. Appartenenza: gruppOlympicus.-
La macchina rispose con voce metallica, Ralph distinse con sorpresa una curiosa sfumatura femminea.
-Interfaccia umana.- incalzò Louis.
Da un incavo metallico posto vicino al display di comando manuale un trasmettitore olografico proiettò un’immagine a mezz’aria, era il viso di una donna dai lineamenti semplici e puliti, l’espressione era totalmente neutra.
-Interfaccia umana completata- disse l’ologramma senza scomporsi.
-Bene, abbiamo una notifica da inviare alla fabbrica originaria.
-C’è stato qualche problema col mio operato?-
Louis rimase interdetto da quella domanda. Si voltò interrogativo verso Ralph, quindi riprese a parlare all’automa.
-Sì. Abbiamo… Abbiamo una lamentela da registrare: l’ultimo carico di costumi estivi non erano grucciati a dovere. A risistemarli rischiamo di perdere l’intera giornata, sia a mano che col tuo… tuo aiuto.
-Mi perdoni, ma credo non sia possibile.
-Cosa? Specifica.
-I vestiti sono stati inseriti alla perfezione nelle grucce.
-Non credo proprio, sono testimone oculare di un malfunzionamento; i vestiti non sono stati assicurati una seconda volta, a causa di questa dimenticanza si sono intrecciati fra di loro, slip con reggipetto e cordoncini decorativi vari. I clienti esigono capsule disinfettanti ordinate, non possiamo inserire indumenti mal grucciati come quelli che ci hai inviato.-
L’ologramma rimase in silenzio, era perfettamente delineato, non come quelli ideati a metà del ventunesimo secolo; la lieve trasparenza ebbe un crepitio impercettibile e riprese a muoversi con assoluta calma:
-Ho scansionato l’intera merce di questa settimana registrata dal backup di controllo, non ho rilevato ciò che mi state riferendo.
-Bhé, ti stai sbagliando. Voglio il numero di provenienza.
-Provenienza in corso: unità 26, Berlino.-
Ralph si avvicinò a Louis:
-È un automa tedesco.
-Sì, non lo sapevo nemmeno io.
-Non ho mai sentito parlare di un malfunzionamento di una macchina tedesca. Sarebbe la prima volta.
-C’è sempre una prima volta, no?
-Sì, ma… Non la prenderanno bene.
-Abbiamo pagato per questo aggeggio, se ritiene di star facendo tutto perfettamente rischiamo di dover grucciare manualmente ogni carico, e non è mia intenzione farlo. Dovrei assumere troppo personale.
-Sì. Io basto e avanzo- mormorò a bassa voce Ralph; quella mattina il balordo stradale e ora l’automa difettoso. Cosa stava accadendo? Non vedeva l’ora di tornare a casa e risistemarsi nel contenimento di svago. Purtroppo la giornata era appena iniziata e il suo turno sarebbe durato altre quattro ore buone.
Louis, senza far trasparire alcuna agitazione, si avvicinò al videofono posto nella parete e digitò il numero della reception, si fece passare la B.G.D., l’azienda che si era occupata della programmazione e della costruzione del grucciatore automatico.
Non appena si attivò la linea si presentò:
-Louis Colver, responsabile reparto aeronautica e nuoto gruppOlympicus, chiamo dalla 23esima sede, voglio parlare con un rappresentante degli automi.
-Causale?
-Prodotto difettoso.-
Si appoggiò con un gomito al muro e con la mano si accarezzò lentamente la nuca. Nel display comparve la faccia ossuta di un uomo sui 40 anni, pochi capelli biondi e barba ben curata.
-Qui Hendrik Kleinoeder, come posso aiutarla?
-Buongiorno Hendrik, chiamo dal negozio gruppOlympi…
-Sì, mi è già stato detto- lo interruppe Hendrik -mi hanno anche detto che ha avuto qualche problema con un nostro automa. È vero?
-Sì, un grucciatore automatico, ci ha rovinato un intero carico di costumi, non completa il proprio lavoro.
-Lo avete controllato?
-Sì, nega l’evidenza.
-Non nascondo un certo stupore, è la prima volta che ci accade. Mi può dare il numero di serie? Cercherò di inserirlo nella chiamata.
-Certo: 3583U0041.-
Passarono pochi secondi prima che il display si dividesse in due, da una parte Hendrik, nell’altra l’interfaccia dell’automa. Quest’ultima aprì e richiuse la bocca due volte prima di azzardare un inchino a mo’ di saluto.
Hendrik fu il primo a parlare:
-U0041, è vero quello che mi è stato riferito?
-Così dice il signor Colver.
-Hai subito qualche danno? Perché non stai svolgendo il tuo lavoro come programmato?
-Nessun danno.-
Louis intervenne:
-Io e il mio collega non ci siamo inventati quello che abbiamo visto.-
Fu Hendrik a rispondergli:
-Comunque sia, la macchina sta dicendo la verità, non risultano guasti.
-Allora il problema dev’essere della vostra programmazione, per dio.
-E perché sarebbe saltato fuori solo ora, questo problema? Mi illumini.
-Cosa ne so io! Siete voi i costruttori di automi!-
Louis stava già perdendo le staffe, non gli piaceva essere preso per i fondelli, ed era così che si sentiva in quell’esatto momento.
Ralph gli si affiancò in modo da mostrarsi e, timidamente, propose:
-Forse… forse s’è stancato di fare questo lavoro.
-Non sia ridicolo, quando mai è accaduta una cosa del genere? Una macchina?-
Hendrik rise divertito, Ralph si vergognò di essere intervenuto in quel modo, si ritrasse arrossendo prepotentemente.

[Continua…]

Colonna sonora:
Fallout by Official Kops

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E pure vaffanculo a Myspace.

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6 risposte a Parlando di fantascienza: Hangers (parte 1)

  1. Rocco R. ha detto:

    Io sti automi che fanno i pagliacci proprio non li sopporto. Cioè, alla fine se fanno bene o no il loro lavoro che cambia?! Mha.

    p.s.
    E sia, vaffanculo a tutti.

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