“La Giulia ha detto che possiamo dormire da lei”

Prima di iniziare: avverto che mi sono preso alcune libertà stilistiche.
E che il Fotografo non ha fatto nemmeno una foto. Che essere simpaticamente inutile!

Prologo:

Io e il Fotografo abbiamo ricevuto una chiamata alle armi per una serata a Forlì, ridente paese romagnolo conosciuto per le superbe feste universitarie del giovedì sera.
Ad invitarci due ragazze che ci hanno, tipo, provocato con una frase del genere: “non puoi dire di aver fatto un giovedì sera come si deve se non sei mai stato alla festa universitaria di Forlì”; naturalmente noi abbiamo accettato la provocazione decidendo di andare, a vivere una di queste feste universitarie di Forlì.
Il piano era questo: ritrovo mio e del Fotografo in stazione, treno alle 21:35, arrivo alle 22 e qualcosa, divertirci come solo noi sappiamo fare.

Qui ci vuole un paragrafo a parte sul pre-treno, quel lasso di tempo dalle 9:00 alle 21:35 del giovedì 18, in cui io e il Fotografo abbiamo fatto di tutto e un po’ di più:

-io: due ore di geografia, due ore di comunicazione di massa, due ore di laboratorio di italiano, swiffer per tutta la casa, sistemato patate da mettere in forno, sedato sul nascere micidiale emicrania, doccia, preparazione panini per treno, incontro con collega Decathlon al centro sociale vicino casa, birra, poco vino, chiacchiere;

-Fotografo: il Fotografo, il giovedì 18 mattina era in Francia. In Francia, sì. Io – come narratore delle nostre serate fuori casa – non penso di dare il giusto merito all’uomo che è il Fotografo, soprattutto in un’occasione così delicata e spossante fisicamente; quindi ho deciso che lascerò parlare il suo diario di bordo, diario che porta sempre con sé durante i suoi viaggi:
mi sveglio un poco innervosito in questa ilare città francese[1]: la vita è una fottuta corsa senza sosta, non so se arriverò in tempo a Bologna, non so se riuscirò a cibarmi, a parlare con la mia donna, a darmi una risciacquata, non so se riuscirò a prendere in tempo il treno, non so se sarò in forze per affrontare una serata a Forlì e non so nemmeno se Francesco avrà capito qualcosa riguardo l’appuntamento di stasera[2]; so solo che viaggiare in aereo, viaggiare in aereo è… è uno sballo orgasmico”.
Decisamente tosto, eh?

La musa ispiratrice del Fotografo.

Giovedì 18 Ottobre

21:23 – Siamo in stazione, io con un mal di testa medio/alto, lui alienato da questa realtà fatta di corse. Siamo vestiti piuttosto leggeri e pronti a tutto. Il Fotografo esclama “Guarda Italo! Salutalo!” e io non capisco e comincio a guardarmi intorno agitatamente. Rifletto che l’unico Italo che conosco è mio zio, e “cavolo, chissaràmai questo Italo? Perché non lo vedo? Ma dove sta indicando il Fotografo? Porca miseria, se è qualcuno di cui mi sono dimenticato farò la solita brutta figura e già partiamo male, e uffa...” Capirete da soli che ho sudato freddo per un minuto e mezzo, alla fine il Fotografo mi chiarisce le idee con un profetico “è il treno rosso”. Ah. Ciao, treno rosso.
Ciao.

Praticamente identici.

21:30 – Io e il Fotografo saliamo in tutta fretta sul treno[3]; siamo agitati di non trovare posto, o forse lo sono solo io. Scopriamo di avere un vagone tutto per noi, il che significa: parlare in tono vergognosamente alto di cose vergognosamente private. Io ho fame, il Fotografo invece si lascia andare in poetiche elucubrazioni sul viaggio, sul treno, sull’odore del panino al prosciutto e sul fatto che il capotreno stia facendo soste immotivate in mezzo al niente. Lo ascolto rapito senza mai contraddirlo, come si fa quando parla il Fotografo, e intanto tiro fuori il doppio menù della serata da me preparato: panino al prosciutto crudo, toast al prosciutto cotto/crudo, toast alla nutella, barretta energetica al cioccolato/ribes rosso e, per mandare tutto giù come si deve, vodka alla pesca.[4]
Nota bene: questa è la seconda volta che io e il Fotografo prendiamo il treno per Rimini assieme. La prima volta è stata qui.
Nota nota bene bene: il controllore ci timbra il biglietto dicendoci “Forlì è la prossima fermata” con quel tono da milord ottocentesco che si rivolge ad Oliver Twist per manifestare il proprio disprezzo per tutto ciò che il bambino rappresenta.

“Non sappiamo quando scendere, signore” “Screanzati!

22:26 – Arriviamo a Forlì con la vodka praticamente finita. Ad accoglierci fuori dalla stazione due volanti della polizia e una dei carabinieri, oltre questi simpatici signori: il nulla. Il nulla e il silenzio. Macchine in lontananza, può darsi, ma nulla toglie che ci fosse desolazione in quel momento e in quel posto. Guardo le forze dell’ordine con circospezione, il Fotografo invece comincia a fare il matto saltando come un dannato e urlando. Mi vedo già estradato da Forlì e gli grido di stare buono che non ci conviene fare casino. Mentre camminiamo ci aspettiamo a momenti una limousine guidata dalle nostre amiche (che ora nomino perché non mi va di continuare a scrivere “amiche”: Giulia[5] e Francesca; ecco, l’ho fatto, e non ho nemmeno chiesto il loro permesso, scusatemi) a prenderci, rifornite di ottimo champagne e spogliarelliste con banconote da un dollaro infilate nelle mutandine. Ma non succede. Il Fotografo mi chiede dove dobbiamo incontrarci, io mi libero di un grosso peso: non lo so, non mi sono documentato al riguardo, e pensavo lo sapesse il Fotografo.[6] Siamo dispersi. Dispersi e ubriachi.

Il consiglio di Google per “dispersi e ubriachi”.

Era notte e non c’era una macchina.

22:39 – Il Fotografo chiama la Giulia per chiederle dove sono: sono in Piazza Saffi e ci aspettano là. “Come ci si arriva in Piazza Saffi?”, chiediamo. “Dritto, a destra alla rotonda e poi dritto” ci rispondono. “Bhè, dai, non sarà così lontano, incamminiamoci, yhe!” affermo io con grande tranquillità (non è vero, urlavo che non ne potevo più di camminare ed ero stanco e che mi aspettavo l’autovettura carica di spogliarelliste). Mentre camminiamo in questa stradona deserta ci affianca uno spagnolo; vuole sapere dov’è Via Bolognesi. Gli rispondiamo in italiano, ma lui non capisce. Tentiamo l’abile trucchetto che tanto contraddistinguono Qui Quo e Qua, i nipoti di Paperino, e che m’ha sempre fatto sognare: ci completiamo a vicenda le frasi… in inglese. Una cosa pazzesca. Il succo è che non lo sappiamo nemmeno noi dov’è Via Bolognesi, perché è la prima volta che veniamo a Forlì. “Siamo sulla stessa barca” conclude il fotografo con una grammatica PER-FET-TA, tanto che mi sembra di essere accompagnato dal traduttore di Harry Potter.

Lo spagnolo per come lo ricordo. Forse era meno vecchio.

22:42 – Non sappiamo se stiamo andando nella direzione giusta e ci sembra di star camminando da ore; decido di chiedere informazioni, l’unico problema sta nel trovare qualcuno a cui rivolgersi. Mi accorgo di un vecchiettino con la coppola, tutto fiero in bicicletta; ecco che parto: “Scusi! Per piazza Fassi?”. Il vecchio mi guarda col terrore negli occhi, cerca di fermarsi sbandando, per poco si capotta su sé stesso e per fortuna che ha avuto l’illuminazione di poggiare un piede a terra per sorreggersi che altrimenti avremmo dovuto chiamare il 118.
Da ubriachi.
Intanto il Fotografo mi fa notare che è Piazza Saffi. Mi correggo: “Per piazza Sas… Saffi andiamo bene di qua?”. Mr. Old Coppola mi guarda come se dovessi rispondergli io, poi fa un cenno di sì. “Di qua, sì.
Mi sa dire per quanto ancora?
Saranno cinquecento metri”.
Mi sento morire dentro.

Ringraziamo i riflessi del vecchietto per aver evitato una cosa del genere.

22:50 – Arriviamo sfiancati in Piazza Saffi, dovrebbe far freddo ma siamo in maglietta maniche corte (lui) e in maglietta hipster scollatissima con maniche lunghe (io). Attorno gente che non conosciamo. Il Fotografo, per riprendersi, mi chiede la bottiglia di vodka. Gli dico che non possiamo berla perché l’ultimo emendamento del sindaco di Forlì proibisce di bere da bottiglie di vetro in luoghi pubblici. Il Fotografo per un momento ci crede. Poi se ne sbaffa e si attacca al collo della bottiglia. Mi ero inventato tutto per il solo motivo di ridere di lui. Chiamiamo le due friends: sono anche loro in piazza. “Urlate!”, e sentiamo urlare. Le abbiamo viste.

Google Maps mi viene in soccorso.

23:02 – Saluti convenevoli, bracci e abbracci, lamentele per la maratona notturna a cui ci hanno costretto. Loro capiscono che siamo ubriachi. Io mi sento un po’ male nel cuore: ho paura di aver fatto una cazzata e averle offese ubriacandomi. Temo di aver rovinato la serata. La tensione è puramente nella mia testa. Almeno credo. Ci incamminiamo verso il pre-festa. “Pre-serata!” mi corregge la Giulia. Sì, esattamente come avevo detto.

23:15 – Siamo in casa di gente che non conosciamo. Che io e il Fotografo non conosciamo. La nostra sbronza ci scioglie i nervi: non ci siamo mai sentiti così parte di un gruppo sconosciuto. I soggetti sono molto simpatici: c’è la spagnola che mi fa domande che all’inizio prendo per ironiche, c’è il cantante poeta, c’è il sosia di Genivi che suona la chitarra, c’è la fidanzata del cantante poeta, c’è il padrone di casa, c’è il tipo che guarda male il Fotografo e ci sono le nostre guide. La Giulia dice che qui posso raccontare tutte le barzellette sugli alberi che voglio. L’ultima volta che ho raccontato una barzelletta sugli alberi da ubriaco è finita malissimo[7], ma, si sa, oggi si è sempre migliori di ieri, quindi tiro fuori queste due barzellette sui platani picchiatori e le racconto a chi ha voglia di ascoltarle. Tempo 10 minuti e il cantante si spara un “Vengo dalla Luna” in stile acustico accompagnato da Genivi.
Nota bene: dopo la canzone il Fotografo si porta avanti gli occhiali e gracchia un esilarantissimo “Per me… è NO!” in pieno Maionchi style.

Che ridere! Che simpatia!

Alberi: siete sempre i migliori.

23:20 – Si beve birra e si cantano canzoni che spaziano da “nonricordo” a “nonricordo”. Io non so nemmeno una strofa. Il Fotografo ha bevuto più di me (ma s’è rifiutato di ascoltare le barzellette) e sventola a suon di musica un pacchetto di Dixi, le patatine al formaggio, svuotandone per terra il contenuto. Quello che lo guarda male, lo guarda ancora più male, io urlo una frase tipo “Ma digli qualcosa, che sta rovesciando tutto ovunque!” e non mi trattengo dal pestare due patatine, così… “tanto per”. Il padrone di casa sembra comunque rilassato. Anche dopo che la fidanzata del cantante (se è stata lei, non ricordo più) rovescia un bicchiere di birra.
Nota bene: per poco arrivo alle mani per disguidi fumettistici e musicali. Qui si conosce solo Dylan Dog, manco fossimo nel 1993.

Il consiglio di Google per “Patatine Dixi”. Io non c’entro niente.

23:45 – Andiamo ad appoggiare in casa della Giulia gli zaini. Ci spogliamo pure della felpa e di ciò che potrebbe intralciare i nostri movimenti.[8] Siamo pronti per la discoteca, ecco che la mia memoria si stacca per qualche minuto. Ricordo solo che all’entrata del locale, quando mi hanno chiesto la tessera universitaria, per poco cadevo contro una parete nello sfilare dal portafoglio la carta Feltrinelli. Qualche angelo deve avermi soccorso. O forse mi hanno fatto entrare spinti da pietà.
Siamo in discoteca, nella serata degli universitari, e non potremmo desiderare di meglio.

Sono sicuro fosse qui da qualche parte, la discoteca.

24:15 – Il vocalist[9] chiede al dj di fermare la musica alzando la mano destra per scusarsi con i rumeni che si stavano esibendo in uno splendido ballo d’accoppiamento con la stessa ragazza (andavano per turni). “Ragazzi, è il momento della sfilata uomo autunno/inverno, gentilmente sponsorizzata da -nonricordoeanchesericordassinonloscriverei-!!” Tutti applaudono e si fanno largo dalla pista da ballo. Io rimango lì immobile a battere le mani finché qualcuno non mi strattona da dietro. Parte “Some Nights” dei Fun.[10] e iniziano a sfilare uomini bellissimi vestiti benissimo. Tutte le ragazze si sgomitano indicandoli, alcune si sciolgono sotto gli occhiolini dei modelli; il mio cinismo filtra tutto facendomi vedere ragazzi con la sola terza media e gonfi di steroidi posare in modo goffo davanti una folla annoiata, credendoci comunque tanto. Per di più confondo il pezzo per qualcosa di Mika e comincio a ridere come un mongolo, pensando che di Mika conosco solo “Big Girl” e che mi piace un sacco il messaggio che il cantante vuole trasmettere con quella canzone, perché sono segretamente innamorato delle donnone. Ops, l’ho detto. Non so se abbia spiegato il tutto al Fotografo, ma il momento era degno di un film di Gaspar Noé.

Video esplicativo sui tipi di ballo che andavano per la maggiore. Da minuto 00:46 la cosa diventa pericolosa.

Dal minuto 01:02 il festival delle faccette.

24:50 – Rido. Rido, sorrido e poi di nuovo rido. Mi muovo come uno zombi che cerca di tenere il ritmo. E rido. Francesca e Giulia mi chiedono perché rido, io so solo che mi fanno male gli zigomi. Noto dettagli di cui mi sono scordato. Un sacco di meravigliosi dettagli spassosissimi. Per esempio: tengo d’occhio una coppia innamorata e di una bellezza fra loro congeniale, insomma: non bellissimi ma innamorati, che è la cosa che conta. Si abbracciano e si baciano con passione, dopo dieci minuti lui deve aver detto una cazzata/guardato un culo di troppo, perché lei lo scaccia via, lui chiede scusa, ma lei non ne vuole sapere: si allontana dalla pista da ballo; lui la segue. Scompaiono dalla mia vista. Vabbhé. Mi duole il cuore ad un pensiero: sono troppo fatto per capire qualcosa, perché sono così coglione? Non sto praticamente parlando con Giulia e Francesca, né sto interagendo con loro, si staranno annoiando a morte, e io sono troppo fatto da non riuscire nemmeno a ballare senza paura di fare figure di merda. Sono un ammazza balotta. E mi sto giocando un prossimo invito. Sono una merda.
Continuo a sorridere… col cuore triste.

Ho passato tutto il tempo del video a guardare le due tipe col corsetto azzurro.

Quel che mi aspettavo da una discoteca di Forlì e che non ho ascoltato.

01:35 – “Prodi!” “Eh?!” “PROOODIIII!!!
Vi spiego cos’è successo: un gruppo di ragazzi di cui non mi ero accorto cominciano a spintonarci dalla parte del Fotografo, infastidendoci parecchio. Il Fotografo pensa bene di rispondere con delle gomitate ben celate per mosse di danza. Loro si alterano e ci squadrano dalla testa ai piedi. Ci rivengono contro, il Fotografo risponde con violenza e pestando qualche piede o infilando una gomitata in qualche pancia.[11] Uno s’incazza veramente e urla nell’orecchio del Fotografo una cosa come “Prodi!” con una faccia di quelle brutte e nervose da “sono veramente arrabbiato”, poi se ne va. Quel matto gesto rimarrà recondito nel mistero per il resto della serata.
Nota Bene: le ragazze hanno preso due drink, io e il Fotografo ci siamo limitati ad un assaggio da loro offerto: non volevamo oltrepassare la soglia alcolica raggiunta.

PROOODIIII!” “Eh?

02:45 – Usciamo dalla discoteca e ci attanaglia un freddo maledetto. Ora è il momento di saltare e sfregare le mani contro le spalle per riscaldarci. La parola “congestione” si fa largo nelle mie sinapsi, ma la scaccio via istantaneamente. Raggiungiamo la combriccola del pre-festa e andiamo tutti insieme a mangiare qualcosa nell’unico fornaio aperto: la pizza va per la maggiore; seduto contro un portone a fianco del fornaio il cantante poeta chiama la sua Lei per chiederle della Coca Cola. Lei cerca di farlo ragionare, che in realtà non ne ha voglia, è solo un effetto del lavaggio del cervello messo in atto per anni da questa multinazionale priva di scrupoli,[12] ma lui insiste con un lamento che mi fa ghignare a denti stretti (a denti stretti perché era freddo, eh?). Alla fine gli arriva la Coca Cola: ne beve mezzo sorso ed è contento. Mentre chiacchieriamo si apre una finestra sopra di noi, è un anziano che non riesco a vedere in faccia per il buio. “Io avrei anche bisogno di dormire a una certa ora, qualcuno domani lavora qui” dice con tono sofferente. “Ci scusi, ora facciamo silenzio”.
Ci allontaniamo.

Voglio la Coca Cola!

03:20 – È il momento dei saluti. Camminando per una Forlì deserta salutiamo un po’ questo, un po’ quest’altro; chi l’uno, chi l’altro. Congediamo la Francesca dicendo che prima o poi torneremo[13] forse c’è scappato pure un ringraziamento per la memorabile serata, thò.

03:35 – Siamo io, il Fotografo e la Giulia. Stiamo andando verso l’appartamento della Giulia: di fronte al portone di casa troviamo una sua coinquilina pomiciare con un ragazzo sconosciuto. La nostra reazione in ordine di passeggiata:
Fotografo: “Ciao!” con la sua solita cerimoniosità che tanto lo contraddistingue verso gli sconosciuti;
Giulia: “Ciao! Noi saliamo.”;
Io: “Salve…” guardando in basso e sentendomi come quando ho interrotto la lezione di filosofia in quinta D pensando che fosse l’aula di disegno tecnico.
Appena siamo per le scale scappa da ridere a tutti. I miei “salve” sono sempre inopportuni e ridicolmente divertenti, che ci crediate o no.

Foto senza senso.

04:05 – Andiamo a dormire, in tre in un letto matrimoniale a due piazze: Giulia zona muro, Fotografo zona centrale, detta anche “vulcanica” e io zona arieggiata. Lascio un piede a penzoloni fuori dalle coperte, strategia che m’hanno consigliato in caso di giramenti di testa nauseanti pre-sonno[14][15] e post-serata tostina. Le sveglie sono programmate per le 10.
Buonanotte e sogni d’oro.

Cazzo, speriamo di non vomitare.

Esattamente come mi sentivo.

0?:?? – Tranquilli, che alla fine non ho vomitato e sono riuscito ad addormentarmi, e pure subito. Dopo la dormita mi hanno fatto sapere che ho parlato nel sonno. Ecco il perché dei punti interrogativi: non so quando questo sia avvenuto. Comunque, come al mio solito, ho detto frasi strascicate e sbrodolose. I due colleghi di disavventure scommettono di aver sentito anche un “ma digli qualcosa, che sta rovesciando tutto ovunque!” e può benissimo essere vero. L’importante è che non abbia inscenato la tragedia del ragazzo psicopatico; ve ne parlerò prima o poi, sappiate solo che ci sono io che urlo chiedendo aiuto. Nel sonno.

Bldhbdhdigliquhalchabdhbd…

08:40 – Mi sveglio immotivatamente presto e immotivatamente malmesso. Poco dopo si sveglia anche il Fotografo; va per primo lui in bagno, poi tocca a me: nel tragitto ho il terrore di incontrare una qualche coinquilina e scatto per qualsiasi rumore. Faccio la pipì leggendo qualcosa, non ricordo cosa, è un rito sacro quello del leggere con la prima pipì del mattino, fatelo anche voi da casa.

09:10 – Io e il Fotografo leggiamo la Repubblica trovata sul treno all’andata (era in perfette condizioni, la cosa m’ha fatto sentire un ladro quando l’ho portata via). Leggiamo del secondo scontro televisivo “Obama vs. Romney”, poi qualcosa su Renzi[16], l’articolo sulla casa più stretta del mondo abitata da uno scrittore in Polonia e la rubrica dello sport, che a me non interessa e infatti l’ho citata solo alla fine anche se è stata la prima cosa che il Fotografo ha voluto sfogliare.

Sto cercando di battere il record di post con più immagini stupide.

09:30 – Molestiamo la Giulia con un peluche di una scimmia trovato sul letto. Lei non si smuove di una virgola e continua a dormire beatamente. Ad un certo punto la porta si apre di pochi centimetri scricchiolando sinistramente, noi siamo seduti sul letto e ci becchiamo due occhi inquisitori sospesi in alto, non ci lasciano il tempo di metterci nella posizione dei suricati allertati che scompaiono nell’oscurità.
Panico totale.
Poi ci ricordiamo che la Giulia aveva chiesto ad una coinquilina (quella del bacio davanti il portone) di svegliarci quando si sarebbe svegliata lei.
Ci rilassiamo sentendoci detective professionisti.

Ommioddio!

10:01 – La Giulia si sveglia, ad accoglierla: due suricati mongoloidi. In breve ci schiariamo le idee e parliamo di argomenti come “a che ora dovete prendere il treno?” e “a che ora dobbiamo uscire per prendere il treno a quell’ora?”. Ci teniamo alla puntualità.

Aaaahhsivegna-buongiorno.

10:40 – Dopo un saluto alla coinquilina innamorata partiamo verso la stazione, la Giulia ci accompagna in bicicletta, come mi sembra giusto. Forlì, alle 10 e 40 del venerdì mattina, mi ricorda un piccolo comune dell’Emilia Romagna troppo cresciuto: c’è silenzio, anziani in bicicletta ovunque, viette piccole e poche abitazioni davvero belle. Forse ho visto solo il lato peggiore, forse nasconde un centro ben diverso, ma quel che ho notato ricorda molto più una città in stile fascista[17] in miniatura. Questa mancanza di strutture vagamente storiche mi ha depresso. O forse ero già depresso sin da quando ho aperto gli occhi.

E grazie di tutto!

11:20 – Siamo in stazione con la Giulia, abbiamo i nostri biglietti e una campanella old school ci avverte che sta arrivando il nostro treno. La Giulia ci avvisa “è una campanella maledetta, non smetterà più di suonare”. Noi non le crediamo, ma non lo diciamo ad alta voce.

11:35 – La campanella sta ancora suonando, io sto prendendo in considerazione il suicidio in un modo o nell’altro. Non riusciamo a parlare con distensione a causa delDRIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIINcontinuo. Arriva il nostro mezzo preferito e siamo costretti a salutare la Giulia. È stata una serata fighissima, a parte la catalessi di due ore in discoteca, in cui ero sepolto vivo dentro il mio corpo sorridente. Non ne vado fiero.

DRIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII…

11:50 – Dopo aver fatto “ciao ciao” con la manina e aver ringraziato il mondo, eccoci spediti verso Bologna. Il Fotografo si addormenta, io invece rimango sveglio a guardare un cane buffissimo che si prostra davanti la padrona. A fianco abbiamo due signori che parlano fra di loro; all’inizio, dalla lingua, penso siano di un paese dell’est, solo dopo venti minuti scopro che in realtà stanno usando un dialetto strettissimo del sud. Io sono un tipo “anti-dialetto”:  in senso che non ne capisco uno, nemmeno quello della città in cui sono nato, nemmeno quello con cui mi parlavano i nonni, nemmeno quello con cui mi minacciavano i vecchi del paesino in montagna dove ho la casetta. Nulla. Faccio fatica a comprendere l’italiano, figuriamoci il dialetto.

Il consiglio di Google per “Fotografo che dorme”.

12:40 – Siamo a Bologna, il Fotografo corre a casa, io corro in fumetteria, che sono usciti i cofanetti di Batman e qui non si scherza.
Nota Bene: ambulanza sul Ponte di Galliera e tipo con la camicia tutta insanguinata aiutato da due infermieri.
Che vita.

Tornati a Bologna.

Come al solito è stata una serata magnificamente matta, se qualcuno ci vuole come ammazza balotta siamo sempre disponibili.

Contenuti speciali:
Il pinguino super simpatico che balla:

Note di fine pagina:
[1]: nel diario non è citata la città in cui risiedeva e io, da vero narratore professionale, me lo sono scordato 6 minuti e 23 secondi dopo che me l’ha detto per la seconda volta.

[2]: a me era toccato l’infausto compito di semi-organizzare l’arrivo a Forlì, in modo da “beccarci” subito con le friends che ci avevano invitato. Sappiate che sono un disastro in queste cose, di solito finisco per non capire nulla, sbagliare orario e punto di ritrovo, ma dire comunque “occhei, occhei, ci vediamo là, che ho pure controllato su Google Maps” per non starmi a preoccupare più del dovuto.

[3]: non Italo, ma quello regionale, eh? Mi raccomando, che confondere l’uno con l’altro è un po’ come confondere Felix Baumgartner in caduta libera da trentanovemila metri con io quando scendo dal letto a castello e salto gli ultimi tre gradini per fare più in fretta. Non so se mi sono spiegato, ma oggi mi va così.

[4]: acquisto consigliato dal Fotografo. Nel berlo mi sono sentito come la liceale innamorata pronta a inebriarsi d’alcol per farsi avanti col tipo figo della classe. Tossivo ad ogni sorso più per il sapore che per la percentuale d’alcol.

[5]: dal titolo non si era nemmeno capito, spero.

[6]: “come faccio a saperlo se ero in Francia e l’hai sentita tu la Giulia?” e c’ha pure ragione, c’ha.

[7]: per “malissimo” intendo quello stadio a metà tra una mummia e un bruco avvolto nel proprio bozzolo di seta (le coperte del letto). Quello stadio in cui o vomiti o vomiti, per 24 ore. Quello stadio in cui anche solo mandare giù la saliva ti rivolta come un sacco a pelo lo stomaco e ti prende a cazzotti il cervello fino a gonfiartelo di lividi. Quello stadio in cui chiedi semplicemente di essere lasciato da solo, a morire, senza amici o parenti al proprio fianco, come un vero uomo dovrebbe fare.

[8]: tipo 14€ in monetine, nel mio caso.

[9]: vocalist che ha parlato per dure ore interrottamente. INTERROTTAMENTE. Dicendo cose tipo “ah ah; siete fantastici; saluto il mio amico Luca; oh yeah; questa sì che è musica; vai con i bassi; fantastico; si balla” e altre stronzate del genere.

[10]: triste gruppo dal cantante con una faccia che mi fa riderissimo. Quasi sbellicare. Non ne capisco il motivo. Cioè, insomma, guardate il video. Minuto 1:03, come fa a fare quelle faccette? Quelle faccette! E il playback va pure a farsi fottere! Per dio, sto morendo.

[11]: il giorno dopo il Fotografo ha cercato di spiegarmi meglio la cosa, ma era confuso anche lui.

[12]: frase aggiunta in questo momento, dalla sana sfumatura anti-capitalistica che ci sta sempre bene in un post.

[13]: suonava più come una minaccia, o forse non l’abbiamo proprio detto, cazzo non ricordo proprio più nulla.

[14]: purtroppo, se il giramento di testa è molto forte, non c’è “piede giù dal letto” che tenga; in questa serata, grazie a dio, mi è andata bene.

[15]: in questo post i pre-qualcosa vanno alla grande.

[16]: argomento su cui la Repubblica marcia brutalmente e che mi interessa quasi zero.

[17]: stile puramente architettonico. La gente mi è sembrata tranquillissima, non come quella volta in cui sono andato a prendere un caffè con la mia ex da Gamberini in Via Ugo Bassi e per poco non mi scacciavano malamente con la frase “qui non si possono vendere rose!”.

EDIT del 31/10: ho scritto “che il Fotografo non ha fato nemmeno una foto” e me ne sono accorto solo ora.  Ecco, quando vedete queste cose dovete comprendere che solitamente scrivo i post ad orari fastidiosi e dopo giornate da pusillanime. Insomma: scrivo col cervello fritto. Chiedo scusa subito a tutti gli amanti dell’italiano per il brutto colpo.
Madonna.

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16 risposte a “La Giulia ha detto che possiamo dormire da lei”

  1. johnnystecchino ha detto:

    Ma una volta Forlì non era sul mare? Potrebbe spiegare molte cose.

    P.s. Complimenti per le foto. Prodiiiiiiiiiiiiii!

    • zanzathedog ha detto:

      Forlì era una città marittima molto conosciuta nel paleolitico superiore, poi, con nostra grande sofferenza, ha perso il suo fascino.
      Ma rimane una città che PROODIIIII!

  2. arielisolabella ha detto:

    non ho capito perche’ il fotografo ha dormito in mezzo e perche’ tu non spegni il cervello ogni tanto…..ti farebbe bene!!! 😀

    • zanzathedog ha detto:

      Il fotografo ha dormito in mezzo perché è furbo e letale, cela il tutto con la fazza di uno scemunito.
      A saperlo spegnere il cervello, ariel, a saperlo spegnere.

      • arielisolabella ha detto:

        ho capito: e’ un figl’androcchia e tu …una sveglia che non smette mai di suonare!!…poi mi spieghi la storia del matto sonnambulo.. potrei farci un racconto !

        • zanzathedog ha detto:

          Ahahahahahh! 😀
          La storia del matto sonnambulo è qualcosa di terribile, quando sarò pronto ne parlerò accuratamente.

          • arielisolabella ha detto:

            non volevo violare la tua privacy…. ma dopo che ci siamo scambiati idee sui nostri psichiatri fatto fidanzare i cani a distanza beh…potevi anche buttarti!!! 😀 aspettero’ intanto il vermone..anche se va a Forli’….

            • zanzathedog ha detto:

              Ah! Ma scherzavo, la storia del matto sonnambulo è che il 60% delle volte in cui dormo comincio a gridare “aiuto! aiuto! accendete la luce!” e poi, tirando via tutte le coperte, “mamma! mamma!”. Con questo spettacolino involontario ho terrorizzato parecchia gente (“sei uno psicopatico di merda! dormo in un’altra stanza stanotte!” cit.)

  3. Rocco R. ha detto:

    La vodka alla pesca non si può sentire. Ti ripudio!

    “Prodiiiiiiiiiiiii” non l’ho capito.

    Vogliamo più post di questo tenore. E pure più post di Tiacca. Quindi vogliamo più post. Vogliamo nel senso di pluralia maestatis, cosa vogliano gli Altri non lo so.

    Grandi questi tuoi post, ma già l’ho detto.

    Nelle discoteche di Forlì dovrebbero ascoltare questo:

    • zanzathedog ha detto:

      La vodka alla pesca è stata un’idea del Fotografo, ne ho usufruito ma mi dissocio!

      Il “Prooodiii!” nessuno l’ha capito, ma proprio nessuno. Al ritorno in treno c’abbiamo pensato 10 minuti buoni e non siamo riusciti comunque a capire cosa volesse urlare il tipo arrabbiato.

      Più post volete e più post avrete! Per Tiacca: ho in magazzino una marea di cose da pubblicare, ho solo paura di rompere i maroni 😀

      Gran bel cd quello dei Daft Punk! Anche se il mio preferito è Human After All 🙂
      Purtroppo in discoteca mettevano solo brani che facevano tipo così: “cecerececcerecerececcèè!”
      Insomma: da picchiare il DJ.

      • Rocco R. ha detto:

        Non ci vado in discoteca.

        Non puoi dissociarti dalla vodka alla pesca, è troppo tardi.

        Tanto per dire.

        • zanzathedog ha detto:

          Questa è la mia sesta volta in discoteca nella vita 😛

          Allora facciamo così: ringrazio la vodka alla pesca per la magnifica serata, è stato tutto molto bello, ma preferisco mantenere le distanze, che c’ho una famiglia a casa e non mi piace l’idea di una relazione clandestina e dolciastra.

          • Rocco R. ha detto:

            Ok ok, ora va meglio. Se la metti così con la vodka alla pesca posso anche perdonarti. La prossima volta che bevi vodka devi averla comprata in siberia. Oppure recati in uno di questi tre porti: Napoli, Genova e Gioia Tauro. Cerca una petroliera che batta bandiera sovietica (mi raccomando, sovietica, non russa) e cerca un marinaio particolarmente alto e massicio che si rigira uno stuzzicadenti di argento tra le labbra. Avvicinalo mostrandogli un malloppo di dollari americani o marchi tedeschi (mai rubli) e fatti consegnare una cassa di vodka che sarebbe dovuta arrivare al casinò di montecarlo. Poi scappa.

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