Di foglie e vicinato

«Quelle foglie puoi lasciarle lì, non sono nostre.»

A parlare è la signora Grossolani, vive nel piano sopra al mio ed è mia parente.
La signora Grossolani sta portando fuori il suo segugio italiano quando mi vede intento a raccogliere le foglie dei nostri platani cadute nel vialetto dei vicini.
È un lavoro che faccio senza problemi quasi ogni anno, una cosa civile e doverosa.
La signora Grossolani mi ha colto mentre raccoglievo anche le foglie di un alberello non nostro, piccole foglie gialle, non ancora secche, che avevano creato nel lato destro del vialetto un colorato tappeto morbido.
La signora Grossolani ha questa mentalità: mai fare fatica per qualcosa che non ti riguarda.
Una mentalità preoccupante e che si sta espandendo (in senso lato del termine) con l’avanzare del tempo.
“Mai fare qualcosa gratuitamente per gli altri.”
“Mai aiutare il prossimo senza accordare precedentemente un ritorno economico o sociale.”

Io questa mentalità la schifo: se sto pulendo un vialetto dalle nostre foglie non vedo alcun peso (fisico o non) che mi possa frenare dal pulirlo anche delle foglie altrui.

La signora Grossolani continua:
«Non so nemmeno perché pulisci il vialetto di quello stronzo. Il vecchio di merda dovrebbe arrangiarsi. Che si fotta
Un linguaggio colorito e che mi mette a disagio.
Sappiate che tra i tanti vicini che abbiamo, lo stradino che pulisco appartiene anche a tre anziani (due sorelle e un fratello cresciuti e invecchiati insieme, dagli evidenti problemi mentali e psichiatrici, ma preferisco sorvolare) che ci hanno denunciato per i platani: vogliono farceli tagliare con la scusa che d’estate ospitano moscerini che gli entrano in casa.
I nostri platani, naturalmente, rispettano ampiamente la distanza di tre metri dalla loro abitazione richiesta dal comune, e vengono tagliati due volte l’anno; in tutto il condominio, solo questi tre vecchi ci hanno fatto causa costringendoci al tribunale da 6 anni (con spese economiche non indifferenti).
Tutto questo me li rende simpatici? No di certo.
Ma trovo comunque inadeguato i termini della signora Grossolani, sia per decoro del linguaggio in luogo pubblico (il marciapiede) che per la moralità nel parlare del prossimo.
E poi lo stradino non è solo loro.
Gli altri vicini mi stanno simpatici, ci parlo volentieri, e ci tengo a fare qualcosa per loro senza dirglielo/farglielo pesare (sicuro intento di altri).
Lo trovo gratificante e pure edificante.
Ma la signora Grossolani no.
Non lo accetta.
Continua a dirmi, con tono accusatorio, che dovrei pulire solo il lato che confina con la nostra rete, quello sinistro.
Non appena se ne va finisco il mio lavoro e rifletto.
Rifletto parecchio.

Il vialetto nel massimo del suo splendore, gentilmente offerto da Google Maps.

Sono preoccupato. Molto preoccupato. Sono preoccupato perché il modo di pensare della signora Grossolani non è l’eccezione, ma la normalità. Al giorno d’oggi il coglione è chi aiuta il proprio vicino, non chi lo insulta o ignora.
Se questo coglione aiuta il vicino di nascosto, senza dirgli nulla, lo è pure doppio.
Una testa di cazzo”, direbbe la signora Grossolani, per stare sul leggero.
Perché viviamo in un mondo dove bisogna pensare solo a sé stessi, dove tutto è lecito e aspirare ad una mano d’aiuto spontanea non è “sognare”, ma “delirare”.
Quello che vedo intorno è una società di gente diffidente, chiusa, sospettosa, auto-emarginata nella propria cerchia. Egoista.
La generosità è una rappresentazione della pazzia, i gesti d’affetto sono giudicati come astrazione dalla realtà.

La signora Grossolani è la perfetta incarnazione di una società in cui mi ritrovo fin troppo stretto.
Moglie nevrotica; madre assente; persona arrogante: sempre stressata, la vedi sorridere raramente e in questi casi è perché ha appena assistito a una disgrazia altrui, se di natura fisica/sociale ancora meglio. Ha un cane scemo, che tende a scappare con una facilità pazzesca (secondo una mia teoria è nato con un quoziente intellettivo così basso da sfiorare l’handicap mentale canino) e che abbaia con un’insistenza isterica; ma, comunque, la signora Grossolani non si fida a portarlo da qualche educatore perché “a queste cose ci pensiamo io e mio marito, e poi non è vero che abbaia”.
Il lavoro della signora Grossolani è un mistero per tutti quanti: si assenta tre ore ogni mattina, e torna più stanca e nervosa di un operaio dopo un turno di 12 ore.
La signora Grossolani non si può contraddire, ogni cosa che dice è la sacrosanta verità, guai parlare con lei riguardo la politica e il lavoro, finirebbe in insulti.
La signora Grossolani ha due figli: tanto vizia l’uno, quanto critica l’altra. Ogni pomeriggio la si può sentire da camera mia urlare a squarcia gola frasi che farebbero morire dentro il più positivo degli uomini.

La signora Grossolani pensa, prima di tutto, a sé stessa.
La famiglia è una cosa secondaria.
Figurati il vicinato.

Io non odio queste persone, le comprendo: a volte, nei momenti più difficili, lasciarsi andare in un comportamento come il loro è la via più facile. Ma non per questo la più confortante per la propria personalità.
Non sono un santo, non mi sono mai reputato tale, ma cerco ogni giorno di non perdere la stima che provo per me stesso.
Aiutare gli altri è qualcosa che mi viene genuino, non mi richiede alcuno sforzo comportamentale.
Avere fede nel prossimo è un gioco che ho imparato negli ultimi anni, un’azione che ti può andare bene o male, ma che darà sempre grande soddisfazione nella direzione del proprio io. È una sfida con sé stessi che saprà sempre ripagare.

Trovo la negatività intrinseca alle persone come la signora Grossolani qualcosa di altamente tossico. Una cosa che non ci aiuterà a cavarcela, perché se è vero che nel tempo immediato ha un qualunque valore, i suoi effetti a lungo termine saranno quanto di più dannoso ed erosivo che mai.

Sorridere al vicino che ti odia, dare ragione anche a chi non la pensa come te, fare da soli una fila di un’ora per entrare in una discoteca con musica criticabile per un amico già dentro, evitare di mandare a fanculo l’aggressiva macchina che va in seconda in una stradina a senso unico, è un allenamento quotidiano – un “vivi felicemente e lascia vivere” – personalmente stimolante e che non riesco sempre ad avere.
Ma almeno ci provo.

Penso a tutto questo mentre finisco di ripulire lo stradino pieno di foglie sia nostre che dei vicini.
Quando mi accorgo di un piccolo dettaglio.
Lo raccolgo e sorrido.

Forse non sono tutti come la signora Grossolani.

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6 risposte a Di foglie e vicinato

  1. arielisolabella ha detto:

    ti diro’ un segreto amico mio che pochi hanno compreso….avvicina bene l’orecchia e sgombrala da quel nido di capelli ….i forti sono in definitiva sono solo e soltanto coloro che hanno la forza d’animo di essere disponibili.La generosita’ di spirito e d’azione e’ un lusso dei grandi anzi piu’ passa il tempo piu’ diventa caratteristica dell’eroe o come direbbe Iosef dei santi 😀 .Essere tossici e’ facile.Sparare sugl’altri ancor di piu’.La mancanza di energia fisica mentale e spirituale ci porta a rotolare verso il basso in modo impensabile.Tu sei un grande.Rimani cosi’ per carita’….resisti….scavati una nicchia e falli rimbalzare ….di stronzi ce ne sono fin troppi li’ fuori.

  2. Rocco R. ha detto:

    Non ho alcuna intenzione di dare giudizi sulla signora Grossolani, hai descritto comunque un tipo stanziato un pò dappertutto.

    La normalità di cui parli tu è generata da una paura della cattiveria, anzi, del venir presi per i fondelli tipica di sto paese. Dato che i “buoni”, le persone che non vedono nel prossimo il nemico, spesso si ritrovano a prendere male da chi hanno fatto del bene, si è diffuso un genere di carattere diffidente e intrinsecamente spietato che serve come scudo e per sopravvivenza ma che finisce con l’essere solo isterismo gratuito.
    Veniamo educati ad isolarci, a sfruttare e a prevaricare. E’ innegabile.

    • zanzathedog ha detto:

      L’isterismo è un tasto che non ho toccato, ma anche quello è esageratamente impresso nelle persone come la signora Grossolani. Isterismo che si trasmette ai figli come continua ansia, qualsiasi imprevisto è un’esperienza ansiogena tremenda.
      Lo si sente anche dal tono vocale disperato e piagnucolante caratteristico di quei momenti.

      Comunque mi piace molto questo tuo commento, grazie!

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