Memorie di Todd Hoover – 30 Ottobre

Diario di Todd Hoover, 30 Ottobre, 20:38.

Inizio registrazione a riconoscimento vocale.
«Chi è?»
«Sono John, apri.»
«Sei da solo?»
«No. Dai apri, che qui è pieno di droni aerei.»
«Chi c’è con te?»
«Un amico, te lo presento appena mi fai entrare.»
Hoover esitò: non si fidava di John, non da quando portava in grembo l’M-1808. Il seme della diffidenza era impiantato in tutti loro, e aveva le fattezze di un parassita. L’uomo che accompagnava John: chi era? E se fosse stato un poliziotto? Lo volevano fregare, avevano beccato John con della droga sintetica e per dimezzare gli anni da colono ha fatto il suo nome; già immaginava i titoli in prima pagina di tutti i rete-giornali “Arrestato famoso regista pubblicitario per detenzione impropria di M-1808”, in caratteri minuscoli “Indagini approfondite lo collegano all’omicidio di Allison Murel”.
«Apri questa maledetta porta, Todd!»
Hoover sussultò.
«Entra, vi aspetto sull’uscio principale.»
Summer e lo sconosciuto attraversarono un corridoio interrotto da più porte fino ad arrivare in un cortile ricoperto di vasi in terra cotta, i due riconobbero solo il rosmarino ormai ridotto in polvere; alla loro sinistra Hoover li squadrò tenendo aperta la porta con una mano.
«Dovresti stare dietro alle piante» disse Summer.
«Da che pulpito!»
Lo sconosciuto si guardò attorno, aveva un aspetto consumato: vistose occhiaie, guance scavate nella pelle, nessuna traccia di capelli, occhi castani senza vitalità e una tuta bianca logora con rinforzi di plastica sulle spalle e i fianchi.
Hoover li fece entrare trattenendo per il bavero Summer. Gli avvicinò la bocca all’orecchio e sussurrò:
«Che tipo di tossico m’hai portato in casa?»
«Non è un tossico, e puoi anche parlare ad alta voce, non gliene frega niente di quello che diciamo.»
Hoover lasciò la presa e si voltò: lo sconosciuto era seduto sul divano ad osservare la televisione accesa da prima che entrassero.
«Come ti chiami?»
«Si chiama Bill» è Summer a rispondergli.
«Si può sapere chi cazzo è?!»
«Avete ancora i televisori su schermo?»
«Ah!»
Hoover si coprì la testa con le braccia, Bill aveva parlato, una voce metallica, come se sintetizzata da qualche stereo nella gola dell’uomo.
«Non sono già usciti i proiettori olografici?»
«Sì, ma costano troppo. La mia fidanzata ne ha uno a casa sua, gli serve per… niente.» gli rispose Hoover senza comprendere il senso del discorso. Non riusciva a capire cosa stesse accadendo in casa sua; c’erano davvero due persone, o era tutto un’allucinazione? Ma la cosa che lo preoccupava di più era: sarebbe stato davvero in grado di difendere i suoi interessi in quello stato? Prendere in giro quelli della narcotici e John? Maledetto doppiogiochista del cazzo.
Summer scrollò le spalle:
«Bill dice di venire dal futuro. L’ho recuperato dal dipartimento di salute mentale.»
«Come hai fatto a farlo uscire?»
«Era già fuori, io l’ho solo nascosto.»
«E perché l’avresti fatto?»
«Quelli mi hanno portato via Jessica.»
Jessica: cocainomane, ex fidanzata di Summer. Una coppia esplosiva: lui spacciava, lei consumava. Lui guadagnava, lei spendeva. Una volta hanno cenato insieme: lei, lui, Todd ed Allison. Una cena difficile da dimenticare, fu la stessa Allison, sparecchiando, a trovare dentro il tovagliolo di Jessica quello che assomigliava fastidiosamente a un residuo di materia cerebrale sputato dalla cavità nasale.
Il solo nominarla fece ritornare alla memoria di Hoover l’immagine rosea tramutando il suo viso in disgusto.
«Ti hanno solo fatto un favore con Jessica.»
«La amavo.»
«Ti portava via tutti i soldi che stavi mettendo da parte.»
«Mh… Comunque sia: se è riuscito a scappare dal manicomio, dev’essere in gamba.»
Bill continuava a cambiare canale con insistenza, sembrava insofferente, tormentato, mosso dal panico. Hoover lo guardò perplesso, gli ricordava un tossico in astinenza, dal modo di muoversi a quello di mugolare disperatamente, non lo voleva in casa un attimo di più, questo era certo.
«Bill, da dove vieni?»
Bill appoggiò il telecomando sul divano, esattamente nella fessura tra i due materassi, e lasciò sprofondare la nuca nella scadente imbottitura dello schienale rilassando completamente il corpo.
«Vengo dal 2332, anno della mutazione cerebrale; anno delle diciottesime elezioni del Primo Ministro Mondiale; anno in cui sarà eletto, come di consueto, il leader del partito socialdemocratico; anno della morte di Kristina Korley, cantante rimpianta dal mondo intero; anno delle quattro primavere; anno del primo viaggiatore del tempo: io.»
«Tu?» chiese con incitazione Summer.
«Sì, io, assistente Bill Chizmar, l’unico ad essersi offerto.»
Hoover si strofinò con stanchezza la mano sulla faccia: un paziente dell’istituto di salute mentale in casa a sparare cazzate.
«E ora cosa pensi di fare? Qui non puoi stare.»
«Perché no?!» Summer sembrò offeso.
«Perché no! Se ci tieni portatelo a casa tua, io ho già i miei casini.»
«I tuoi casini… I tuoi casini ce li abbiamo pure noi, stronzo!»
«John, ma che ne sai tu? Eh? Ti stanno forse spiando agenti segreti pronti a sfruttare le loro conoscenze per rovinarti la vita? Ti… Ti hanno fermato fuori dall’agenzia in cui lavori per poi tramortirti? Hai un’ex schizzata che ti perseguita ovunque? Vedi anche tu fiumi d’acqua che ti attraversano la strada non appena mangi pesante?»
«Vaffanculo te e i fiumi d’acqua.»
«Sai chi mi ci ha messo in questo casino? Tu, proprio tu, e le tue stronzate.»
«Sei te che l’hai voluto!»
«Ma perché non ti sei limitato a vendermi della semplicissima mescalina?! Mi andava bene anche dell’LSD-25, non faccio storie. Tanto ci lavoro lo stesso. No, tu hai voluto darmi “l’industria di allucinogeni”, hai detto così, ti ricordi?! Sai la novità? Questa merda che m’hai dato è un fottuto casino!»
Summer si avventò contro Hoover prendendolo per la maglietta e sbattendolo contro il muro.
«Ci siamo dentro tutti. M’hai sentito? Ci siamo dentro tutti.»
Dai gomiti di Hoover scesero due rigoli di sangue macchiando il muro parallelamente, due strade circondate dal nulla, sentieri senza esiti.
«Cosa vorresti dire?»
Summer non rispose, lasciò la presa e fece quattro passi indietro fino a sbattere contro il bordo del tavolo. Bill si alzò dalla poltrona, aveva uno sguardo mortificato; balbettò un poco prima di domandare:
«State parlando di una droga specifica?»
Hoover si staccò dal muro con sufficienza.
«Dell’M-1808, la conosci?»
«L’M-1808, ad un passo dalla fine in un botto.»
Nessuno capì il senso di quella frase, nemmeno Bill stesso.
Fine registrazione.

Casa futuro - trash

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5 risposte a Memorie di Todd Hoover – 30 Ottobre

  1. Rocco R. ha detto:

    E’ arrivato pure il tizio dell’esercito delle 12 scimmie!!!

  2. arielisolabella ha detto:

    mi sono distratta un po’ e l’armata brancaleone e’ cresciuta!!!…paura….

  3. johnnystecchino ha detto:

    John Summer, il classico amico tossico che ti incasina… chi non ne ha uno?

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