D’eroismo d’erosione: Il Ragazzo

Tra una cosuccia e l’altra mi sono dimenticato di un progettino che avevo iniziato più di un anno fa.
Parlo di questo. Spiego: perdendo tempo davanti alla tivù mi erano venute in mente tre genesi di tre diversi super-eroi. Uno basato sui programmi televisivi culinari, uno sui viaggi in diverse dimensioni e uno sui problemi di cuore.
Un quarto personaggio si era fatto prepotentemente largo nella mia testa: ciò che sarebbe stato l’antagonista definitivo. Me lo immaginavo mascherato, ricco sfondato, giovane e auto-ironico.
Un cattivo simpatico, sempre pronto a mettere in discussione le proprie abilità.
Questo antagonista fumettistico è rimasto sospeso nelle pieghe del mio cervello fino a pochi giorni fa, quando portando fuori il cane mi è venuto in mente come poterlo presentare.
Di seguito, quindi, il quarto capitolo (e forse ‘ultimo) de “D’eroismo d’erosione”, incentrato sull’antagonista definitivo.
Poi riprenderò con la fantascienza. Scusate se sono poco produttivo, ma la vita è bastarda.

_____________

«Liberate i cani»
Due doghi argentini vengono liberati dai cappi a cui erano stati legati. Con una scrollata si voltano verso i loro sorveglianti cominciando a ringhiare nervosamente con la schiena inarcata in avanti.
«Per l’amor di dio, cosa ci fate lì? Volete essere azzannati? Chiudetevi dentro il cancello!»
I due uomini corrono verso il piccolo recinto dentro cui erano stati rinchiusi gli animali. Si sbarrano all’interno bloccando il chiavistello e stando attenti allo spazio tra il cancello e le proprie gambe.
I cani, dopo un iniziale scatto istintivo, si frenano. Qualcosa li distrae, una preda più interessante alle loro spalle. In lontananza, illuminata dal sole sorgente di calore, si erge un’esile figura che odora di paura.
Un ragazzo, dai lineamenti non ancora marchiati nel tempo, li guarda interdetto, forse incerto sul da farsi. Tiene entrambe le mani a mezz’aria, sull’attenti, come pronte ad accompagnare l’intero corpo in una corsa.
Gli animali hanno la vista affaticata dalla fame a cui sono stati costretti per tre lunghi giorni. Ansimano un poco, rimpastano la bocca con un leggero movimento della lingua e rimangono in attesa. Sono sicuri della forza comunicativa della loro presenza: hanno un buon olfatto e ciò che fiutano è odore di paura.
Il ragazzo, come reagendo a un dolore improvviso, comincia a correre, prevedendo di pochi secondi i propri predatori. È terrorizzato, si vede che è terrorizzato.
Gli animali lo seguono percorrendo una lieve parabola verso sinistra, anticipando una possibile via di fuga verso gli alberi oltre il recinto.
Non ci vorrà molto prima di catturarlo, pochi secondi e tutto sarà finito. Non hanno voglia di giocare, non ora.
Il ragazzo fisicamente è asciutto, minuto, sembra malato, non che la cosa importi. Si gira verso gli animali senza fermarsi, li vede sempre più vicini. Il peso alla sua destra lo sbilancia impedendogli di correre senza provare un forte fastidio alla coscia.
Il sudore riempe l’aria, la scia che traccia ad ogni passo è qualcosa di chiaro e palpabile. L’euforia si fa padrona dei cani. Sentono vicina la preda.
«Oddioddioddio, oddiomio.»
Mancano pochi metri allo steccato che delimita lo spazio di corsa. Pochi metri e il ragazzo potrebbe essere salvo.
Gli animali gli sono contro, uno dei due, il dogo più giovane, tenta di afferrarlo alla gamba con un balzo, il ragazzo lo scarta spostandosi di lato, quello più vecchio coglie l’attimo e affonda i propri denti nel polpaccio.
Il morso strappa solo il fascio muscolare più esterno, ma non riesce ad arrestare la corsa della vittima.
Il ragazzo si trova davanti alla staccionata, aiutandosi con le mani salta cercando di spingersi oltre, ma le gambe lo ostacolano impigliandosi alle assi di legno e facendogli compiere una capriola in avanti. Naso e bocca si schiacciano colpendo uno dei pali della recinzione, il corpo atterra di schiena sul terreno sassoso e privo d’erba. I doghi argentini, incuranti dell’agguato andato a vuoto, lo seguono con un salto meglio riuscito. L’uomo un tempo ragazzo, per un momento si trova oscurato dal sole, i corpi dei due animali si ergono sopra di lui, in volo, pronti a cogliere il vantaggio della sua caduta.
Non pensandoci troppo spara un primo colpo al ventre del dogo più giovane. Facendosi leva sui gomiti alza il busto quanto basta per vedere i due cani atterrare, spara un secondo colpo all’animale più vecchio, l’unico ad essere riuscito a fermarsi sulle proprie gambe. Il proiettile gli entra nell’occhio destro fuoriuscendo dal lato sinistro del cranio, ponendo fine alla sua vita.
Il secondo cane, steso per terra circondato dal suo sangue proveniente dal torace, ansima senza far alcun rumore. È in fin di vita.
Il ragazzo sorride allungando e stringendo le labbra, un fiotto di sangue gli esce dal naso bagnandolo di calore. Aiutandosi con le assi della staccionata si alza in piedi, in tempo per essere raggiunto da uno dei suoi uomini.
«Tutto bene, signore?»
«Peste! Questa volta ci è mancato poco che mi facessero la pellaccia.»
Toccando con la punta delle scarpe la Colt lasciata a terra sbuffa eccitato.
«Non c’è nulla che una buona pistola non possa sistemare, eh Ermando? Giusto?»
«Sì, signore.»
«Passami il coltello, finché è vivo»
Ermando si sfila una sacca legata alla schiena e aprendola afferra un coltello dal manico di legno, con timore reverenziale ci passa sopra il pollice destro, quindi lo porge con entrambe le mani al ragazzo.
Il ragazzo lo prende, eccitato. Non smette di sorridere.
«È stata proprio una bella corsa, nulla a che vedere con i rottweiler.»
Chinandosi sul corpo del dogo argentino più giovane, e ancora ansimante, gli incide la punta del coltello alla base del cranio. Seguendo una traiettoria lineare e passando la lama tra il cranio e la pelle ne stacca lo scalpo.
«Guarda qui, Ermando. Guarda.»
Intagliando anche i fori degli occhi e stando attento a non rovinare il grosso tartufo solleva la sottile pelle bianca e aiutandosi con i pollici se la fissa in testa. Il sangue del naso si mischia con quello proveniente dal lembo di pelle. Ermando non riesce a staccare gli occhi dalle orecchie del cane, ora afflosciate sui lati della testa del proprio padrone.
I buchi dei bulbi oculari, decisamente piccoli, senza un’ossatura su cui poggiare si stendono verso le tempie del ragazzo, nascondendogli la vista.
Ad Ermando quella visione ricordava un film che aveva visto con suo figlio qualche mese prima, non sapeva più il titolo, ma era sicuro di una situazione analoga. Il ragazzo se ne sta in piedi, senza dire niente, leggermente piegato verso la gamba ferita e con i denti sporchi di sangue. Cerca di sistemarsi la maschera in modo di vederci: portando gli indici nei fori li sposta centralmente.
«Sai, Ermando, quando ci si lascia con una persona cara si ha sempre paura d’incontrarla per strada. Paura che lei sia cambiata, che tu sia cambiato, che qualcosa, qualsiasi cosa, sia comunque cambiato.»
Facendo un passo il ragazzo torna a sorreggersi sulle assi della staccionata.
«Non trovare più l’intesa che, forse, vi aveva fatto innamorare. Scoprire che niente è più come prima, e che uno dei due abbia in parte dimenticato tutto ciò che c’era stato in passato. Mi raccogli la pistola, per favore?»
Ermando si china e raccoglie la vecchia Colt. Se la tiene in mano, soppesandone la effettiva necessità del proprio padrone.
«Quando si lascia qualcuno si spera di non rincontrarlo mai più. O di non farsi riconoscere in caso di un incontro casuale. Mostrarsi cambiato in qualcosa, mostrarsi migliore dei ricordi dell’altra persona. Giusto?»
«Penso che abbia ragione, signore» risponde Ermando dopo aver deglutito lentamente.
«Giusto. Guardami, Ermando» il ragazzo allarga teatralmente le braccia.
«Pensi che conciato così Dorotea sarebbe capace di riconoscermi?»
La maschera gli cola lentamente sopra il viso, ad ogni centimetro si sfilano da dietro sottili capelli neri amalgamati col sangue. Dopo un breve cammino sulla faccia del ragazzo, la maschera si stacca completamente, cadendo per terra in mezzo al terreno sabbioso.
«Diamine.»
Entrambi gli uomini rimangono in silenzio con lo sguardo abbassato. Nell’aria aleggia un forte tanfo di sterco. 
«Dovremo provare coi segugi.»
«Forse domani.»
«Sì, forse domani.»

Ragazzo selvaggio

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4 risposte a D’eroismo d’erosione: Il Ragazzo

  1. johnnystecchino ha detto:

    «Cara Crudelia Demon, questa città ha bisogno di un criminale di maggior classe…»

  2. arielisolabella ha detto:

    Se ti trovo ti scalpò insieme a quel ragazzo!

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